Se essere liberali è di nuovo fuori moda

Se essere liberali  è di nuovo fuori moda

Pierluigi Battista osserva sul Corriere della Sera che, qualche anno fa, tutti si dicevano liberali, mentre oggi “liberale” è ridiventato una parolaccia. 

Ecco la strada maestra per i quattro gatti della cultura liberale, liberista e libertaria: smetterla di lamentarsi, e invece studiare, pubblicare libri, fondare case editrici di grande qualità come Liberilibri o Rubettino, rimettersi a pensare attorno a centri intellettuali come l’«Istituto Bruno Leoni». Non gridare sempre alle apocalittiche emarginazioni che fanno soffrire la minoranza a cui piace tanto sentirsi minoranza di pochi ottimati, denunciare perennemente, reiteratamente, stucchevolmente, la torva egemonia della «cultura di sinistra», sempre recriminando, piagnucolando, evitando le armi della battaglia e del sano conflitto.

Per esempio, per cominciare, curare e presentare al pubblico italiano un libro prezioso, un classico della cultura liberale come L’uomo contro lo Stato di Herbert Spencer, il nemico di ogni «superstizione politica», con un’introduzione di Alberto Mingardi. Oppure raccogliere il meglio del pensiero liberale e liberista, per farne un’antologia come quella curata da Nicola Porro nel suo La diseguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista pubblicato da La nave di Teseo. Ecco le perle sconosciute di Ludwig von Mises e di Ayn Rand, le profezie di Friedrich von Hayek, le prediche inutili di Luigi Einaudi, i testi della battaglia liberista di Sergio Ricossa e di Antonio Martino: diffonderle, farle conoscere, smetterla con la lamentazione autoconsolatoria.

È vero, l’insegnamento di Einaudi sulla libertà della scuola e sull’ingiustizia di un Fisco oppressivo e asfissiante è pressoché ignorato. La nostra editoria pigra e conformista ci ha messo decenni prima di accorgersi della Società aperta e i suoi nemici di Popper o delle Origini del totalitarismo (ma per fortuna c’erano case editrici coraggiose come Comunità o Armando). Lo statalismo dirigista è diventato il nuovo credo delle politiche economiche (altro che «neo-liberismo», quando lo Stato è padrone di oltre metà dell’economia) e il centrodestra italiano ha sostituito la «rivoluzione liberale» con l’ammirazione ipnotica per l’autoritarismo di Putin.

Qualche anno fa tutti si dicevano liberali, oggi liberale è ridiventato una parolaccia. Ma bisogna insistere, come questi libri di Mingardi e Porro, e non indulgere alla solita litania autoindulgente di una cultura che forse merita la condizione minoritaria in cui è stata ricacciata, per demeriti propri e non per l’arroganza altrui. Libri e non le solite proteste.

Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera 26 settembre 2016

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  

Ti potrebbe interessare anche:

Contro il regime. Panfilo Gentile e l’opposizione liberale alla partitocra... Nei primi venticinque anni di vita dell'Italia postfascista, Panfilo Gentile e gli altri teorici liberali proposero ai cittadini un modello di Paese radicalmente alternativo a quel...
Einaudi vs. Keynes di Francesco Forte Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in Inglese Americano. Per ragioni di convenienza del visitatore, il contenuto è mostrato sotto nella lingua alternativa. Puoi c...
Che liberale sei? Sei un liberale classico, un libertario o un liberal? Ti senti più conservatore o più progressista? Scoprilo con il test Che liberale sei?, dal 1° settembre online sul sito dell...
O concorrenza o caverna. Ecco perché la competizione ci rende molto più civili La scienza progredisce tramite la più severa competizione tra idee; la democrazia è competizione tra proposte politiche; la libera economia è competizione di merci e servizi sul me...