Quelli che odiano denaro e mercato

Piero Ostellino, da Il Giornale del 22 agosto 2013

Lorenzo Infantino ha pubblicato sul Foglio un ottimo articolo sul denaro e sulla sua funzione in un’economia di mercato secondo la cultura liberale. Contrariamene a quanto sostiene la vulgata cattolica e comunista, il denaro non è lo sterco del diavolo, bensì per la cultura liberale – un mezzo di scambio subentrato al baratto nell’economia primitiva. Non ci si scambia più un bene con un altro e il valore di un bene non è definito dalla quantità di lavoro necessaria a produrlo, bensì dalla quantità di denaro necessaria a procurarselo (ad acquistarlo sul mercato), che è, poi, la quantificazione (monetaria) del lavoro necessario a produrlo. In tal modo, anche il lavoro diventa un mezzo di scambio.

L’individuo, nella cultura liberale, è un animale sociale, in quanto la sua stessa esistenza è correlata a quella di altri individui con i quali entra in rapporto allo scopo di procurarsi i beni dei quali ha bisogno per vivere. Emerge, in tal modo, il nesso fra ogni individuo e gli altri individui dei quali il primo ha bisogno per vivere. L’articolo di Infantino è importante proprio perché mette in luce il nesso che intercorre fra le persone nella società di mercato, che è, poi, la società liberale, dove il denaro ha la stessa funzione sul mercato che hanno le idee (il pensiero) in un sistema libero e aperto. Non è necessario essere liberisti, nell’accezione corrente, per capirlo. La società aperta è nata e si è sviluppata proprio sulle tracce della nascita e del progredire del mercato libero nel mondo, in quanto la libera circolazione dei beni ha anticipato quella delle idee, che si è sviluppata successivamente sul piano politico.

La riforma protestante che assimila la disponibilità di mezzi (di denaro) alla Grazia divina – ha rappresentato in questo senso un passo avanti rispetto alla cultura cattolica. E la superiorità, sotto questo profilo, dei Paesi di cultura protestante su quelli di cultura cattolica si concreta grazie a tale assunto. Se l’Italia è in ritardo rispetto alla Modernità, lo deve anche a questo fardello che si porta appresso grazie a una cultura cattolica che, con l’elezione di Francesco a Papa, ha registrato un ulteriore passo in questo senso.

Non sono cattolico praticante, ma riconosco la funzione, il ruolo, che il cristianesimo ha avuto nella nascita e nello sviluppo del pensiero liberale e perciò mi preoccupo delle conseguenze che la predicazione di questo Papa può avere sulla modernizzazione del mio Paese e della sua cultura politica. Forse dovrebbe incominciare a preoccuparsene anche la gerarchia cattolica, se le sta a cuore la crescita civile dell’Italia e, perché no, del cattolicesimo.

 

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