Quando Churchill mandò la lingua inglese in battaglia

Quando Churchill mandò la lingua inglese in battaglia

Coronato da un immenso successi di critica, e dall’assegnazione dell’Oscar al protagonista Gary Oldman, il film The Darkest Hour ha riproposto al pubblico la figura di Winston Churchill da molti ritenuto, e a ragione, il più grande statista del ventesimo secolo.

La pellicola descrive i momenti più bui della Gran Bretagna quando le divisioni corazzate di Hitler, nel Maggio 1940, dilagavano tra le Ardenne, strapazzavano l’esercito francese e chiudevano quello inglese nella sacra di Dunkerque. Non potendo mobilitare più soldati, Churchill, come disse anni dopo John Kennedy, mobilitò la lingua inglese, e la mandò in battaglia. I suoi Great war speeches costituiscono infatti, più ancora di quelli di Pericle, il maggior esempio di eloquenza civile di ogni tempo. Giustamente gli valsero, assieme ai suoi libri, il Premio Nobel per la letteratura.

Tuttavia Churchill non fu soltanto un brillante oratore. Fu anche, e force soprattutto, un uomo di spirito. Le sue battute germinarono nelle situazioni più diverse, e riguardarono la politica, le donne, il vino e tanti altri aspetti della vita. Il libro di James C. Humes, Churchill. Speaker of the Century, ne raccoglie un bel florilegio: queste arguzie piene di saggezza costituiscono una via di mezzo tra la corrosiva ironia di Oscar Wilde e il ruggito fulminante di Clemenceau, senza il disperato cinismo del primo e la rude intransigenza del secondo.

I politici

Si comincia con i politici. Clement Attlee: «Un uomo modesto con tutte le ragioni di esserlo»; ovvero: «Arriva un taxi vuoto e non esce nessuno: è Attlee!». Poi Stanley Baldwin, che «occasionalmente inciampa nella verità ma si rialza come se nulla fosse accaduto». Quindi sir Stafford Cripps, astemio e vegetariano, che «ha tutte le virtù che detesto e nessuno dei vizi che amo». E ancora Ramsay Mac Donald, «una pecora travestita da pecora». Infine Charles de Gaulle, di cui Churchill disse, sospirando: «Ognuno ha la sua croce, io ho la croce di Lorena». Non c’è da stupirsi che Winston si fosse fatto molti nemici. E quando la moglie di uno di loro lo apostrofò inviperita: «Se Voi foste mio marito vi metterei il veleno nel caffè», lui rispose perfido: «Se lei fosse mia moglie, berrei quel caffè volentieri». Poi gli intellettuali, verso i quali, dall’alto della sua cultura sovrana e della sua confidente personalità, non nutriva alcun timore riverenziale. A Bernard Shaw, che gli mandò due biglietti per la prima di una sua commedia, invitandolo a portarsi un amico, «ammesso che ne abbia uno», rispose che sarebbe andato alla replica «ammesso che ce ne sia una». E ancora, l’economia e il collettivismo: «Se distruggi il mercato libero crei il mercato nero»; «il vizio del capitalismo è l’ineguale condivisione delle ricchezze, quello del socialismo l’eguale condivisione della miseria». E infine il disincanto del protagonista di mezzo secolo di Storia: «La politica è eccitante quasi quanta la guerra, ma è altrettanto pericolosa: perché in guerra puoi essere ucciso una volta sola, in politica molte volte».

La coerenza

In effetti lui era stato data spesso per spacciato nella sua lunga carriera, e non senza ragione: con troppa disinvoltura, da giovane, aveva cambiato schieramento. Maturando, aveva capito portanza della coerenza e della disciplina elettorale: «Alcuni -disse – cambiano partito per amore dei loro principi; altri cambiano i loro principi per amore del loro partito». Lui aveva inghiottito parecchi bocconi amari nell’immediato anteguerra, quando aveva inutilmente avvertito i suoi colleghi del minaccioso riarmo hitleriano; tuttavia non tradì mai Neville Chamberlain, che l’aveva isolato e deriso. Quando ne prese il pasto, nell’ora più buia, disse che «se continuiamo a rivangare il passato perderemo il futuro. Andiamo avanti insieme, con le nostre forze unite». Un utile avvertimento in questi tempi di volatilità elettorale. Non sappiamo quanto questo umorismo fosse estemporaneo.

Il suo amico Lord Birkenhead disse maliziosamente che «Winston ha dedicato i migliori anni della sue vita a preparare i suoi discorsi improvvisati»; ed in effetti nessun cervello umano, per quanto alimentato da vigorose quantità di champagne, può essere così effervescente da distillare tanta genialità senza una riflessione adeguata. Alcune sue battute sono, e vero, riedizioni adattate di citazioni altrui. Ma tutti i geni hanno spigolato nei terreni dove intelletti meno brillanti avevano seminato banalità: persino il più bel quartetto di Haydn, da dove e tratto l’inno tedesco, e ispirato da una marcetta ungherese. Churchill prese qua e là delle melodie dimenticate, e ne fece dei poemi sinfonici.

Eleganza

Come Mozart, sublimò i suoi momenti di volgarità con l’eleganza del genio. Un giorno, mentre stava pisolando ai Comuni, il segretario gli recapitò un biglietto allarmante: “Signore, ha la cerniera sbottonata». L’anziano gentiluomo restituì il foglio con un sorriso e una postilla: “Non si preoccupi, gli uccelli morti non cadono mai dal nido”.

E quando il Lord del Sigillo Privato gli spedì un commesso per intimargli di raggiungerlo nel proprio officio, Churchill, che stava comodamente seduto in bagno, rimandò il poveretto con una risposta agghiacciante: «Dica al Lord che io sono sigillato nel mio cesso privato, e posso aver a che fare con un solo stronzo per volta!”. Non sappiamo quale sia stata la reazione dell’infelice interlocutore. Certo, avrebbe potuto replicargli con le stesse parole che proprio Churchill aveva pronunciato dopo la ritirata di Dunkerque: «Wars are not won by evacuations!”. Le guerre non si vincono con le evacuazioni. Sarebbe state una risposta ancor più turpe, ma siamo certi che sir Winston sarebbe stato il primo a sorriderne.

Carlo Nordio, Il Messaggero 26 marzo 2018

Condividi
  • 176
  •  
  •  
  •