Prescrizione, nel Paese degli impuniti non servono processi lunghi

Prescrizione, nel Paese degli impuniti non servono processi lunghi

La Camera dei deputati ha dunque approvato il ddl di mini-riforma dei codici penale e di procedura penale. Uno degli aspetti più controversi del disegno di legge riguarda l’allungamento dei termini di prescrizione.

Infatti, per alcuni reati contra la pubblica amministrazione come la corruzione o la truffa aggravata per ottenere erogazioni pubbliche, gli atti interruttivi (ad esempio il rinvio a giudizio dell’imputato) li portano ad una volta e mezzo, il massimo della pena stabilita dal codice.

Oggi, in presenza di un atto interruttivo, il reato di corruzione propria, per dire, si estingue in 7 anni e 6 mesi dalla sua commissione; da domani gli anni saranno 9, in quanto la pena massima è 6 anni, più 50% uguale 9. Semplice.

Le rogatorie internazionali sospenderanno il decorso dei termini per massimo altri sei mesi, così come altre cause di sospensione come il legittimo impedimento a presentarsi in udienza da parte di imputato o difensore sono già presenti nell’ordinamento. Inoltre, se si è recidivi i termini si allungano ulteriormente.

L’altra grande innovazione consiste nel fatto che, in caso di sentenza di condanna di primo grado, se il condannato si appella la prescrizione si estende di un altro anno e mezzo e se poi si va in Cassazione, ulteriori 18 mesi.

Può darsi che questi termini siano appropriati, la durata dei tempi di prescrizione non è una scienza esatta. Ma proprio per quest’ultimo motivo conviene riflettere sullo scopo che questo Istituto ha nel sistema penale e perché allungarla troppo potrebbe essere un rimedio peggiore del male.

La prescrizione serve perché esiste quel che si chiama l’oblio dell’allarme sociale

In primis, la prescrizione serve perché esiste quel che si chiama l’oblio dell’allarme sociale. Dopo tanti anni un processo per un fatto di cui si è persa la memoria, non ha effetti dissuasivi nei confronti della generalità della popolazione.

Come affermano gli economisti, poi, i criminali applicano un tasso di sconto alle punizioni

Come affermano gli economisti, poi, i criminali applicano un tasso di sconto alle punizioni: più sono lontane nel tempo, meno effetto deterrente hanno e quindi lo Stato si troverebbe a affrontare costi alti per una sanzione che non ha effetti nei confronti dei furfanti.

Peraltro, soprattutto per chi si difende, le prove diventano molto più difficili da raccogliere; i testimoni diventano irreperibili o si dimenticano i fatti o addirittura muoiono!

La documentazione si perde o viene alterata, magari cambiano i magistrati inizialmente incaricati delle indagini: insomma, si innalza la probabilità di errore.

Anche la funzione rieducativa della pena si affloscia. Quando viene emanata la sentenza, la persona potrebbe essere già diversa ed è difficile rieducare qualcuno che è stato in ballo per 15 anni e si trova a subire una condanna che troncherà qualsiasi tipo di vita sociale e di relazione si sia nel frattempo costruito. Ovviamente questo vale se parliamo di un colpevole.

Peggio va all’innocente: un periodo irragionevolmente lungo, soprattutto processuale, comporterà un salasso finanziario che nessuno gli risarcirà (salvo che sia stato in galera) e che accentuerà la disparità di trattamento di chi non ha mezzi economici per difendersi bene.

Il tutto senza contare gli stress personali e familiari nonché i danni reputazionali e di carriera subìti.

Persino per il colpevole potremmo parlare di un eccesso di pena. In Italia solo il 9,5% dei processi cadono in prescrizione e, benché non vi siano dati statistici, aneddoticamente svariate volte ciò capita per disattenzione o pigrizia dei magistrati, talvolta per ritardi causati dagli imputati, in altri casi per sovraccarichi di lavoro.

Da un punto di vista di analisi economica del diritto, poi, termini di prescrizione eccessivi comportano un danno sociale notevole: si continuano ad impiegare risorse per processi che finiscono nel nulla sottraendone a casi che avrebbero grande bisogno sia di polizia giudiziaria che di magistrati dedicati.

Gli “incentivi” degli operatori di giustizia ad essere più efficienti, quando essi sanno di avere molto tempo a disposizione, naturalmente si riducono e di conseguenza diminuisce la produttività degli stessi.

Le tattiche dilatorie dei difensori sono piuttosto circoscritte dall’attuale codice; le risorse mancanti al sistema giudiziario (se è vero che mancano, perché le comparazioni europee raccontano una storia un po’ diversa) si possono in parte recuperare risparmiando su prolungati processi e indagini che finiscono in nulla.

L’efficienza di magistrati e altri operatori di giustizia forse sarebbe meglio incoraggiarla con un po’ di meritocrazia.

Nessuno vuole un paese di impuniti, ma il rimedio non consiste nell’arrendersi a indagini e processi senza fine.

Alessandro De Nicola, La Stampa 16 giugno 2017

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