Perché dire no all’educazione di Stato

Perché dire no all’educazione di Stato

Nell’antica Sparta, esempio paradigmatico di “società chiusa”, i genitori non avevano il diritto di allevare i propri figli. Dovevano sottoporli all’esame del consiglio degli anziani che ne decideva la vita o la morte a seconda della sana o cagionevole salute.

Superato positivamente questo esame, essi venivano allontanati dalla famiglia e affidati allo Stato che dava loro una rigida (e uniforme) educazione morale e militare.

La pedagogia di Stato, seppur raramente in questa forma rigida ed estrema, ha accompagnato l’intera storia dell’umanità: l’idea che l’individuo appartenga a se stesso e non allo Stato e che la sua educazione debba essere prima di tutto Bildung, come dicono i tedeschi, cioè autoeducazione, è maturata molto tardi, diciamo pure attraverso la “rivoluzione” che nelle coscienze è intervenuta nel mondo occidentale con l’avvento, attraverso complesse vicende storiche, dell’età moderna e del liberalismo.

Per rendersi autonomo, attraverso prove ed errori, e per conquistare la propria specifica personalità morale, l’individuo deve svilupparsi nel contesto sociale a lui più vicino, in primo luogo in quella naturale comunità sociale, in quel corpo intermedio, che è la famiglia.

Naturale per la base su cui sorge, ma sempre pronta a trascendersi e a compiersi nella dimensione etica che è la dimensione propriamente umana.

Lo Stato di diritto o liberale, la “società aperta”, non ha che da adempiere a una funzione di controllo su questo processo, intervenendo solo là dove (come nel caso di violenze sessuali) la famiglia da contesto di accoglienza e protezione diventa luogo di deviazione e perversione per il libero sviluppo della personalità individuale.

È a partire da questo ordine di considerazioni che un liberale non può non plaudire all’idea che sembra ispirare due sentenze giudiziarie delle ultime ore relative a noti episodi di cronaca di qualche mese fa.

I Pg della Cassazione di Torino e Milano hanno infatti chiesto che non sia dato luogo a procedere all’adozione forzata, rispettivamente, della bambina che era stata sottratta ai genitori “anziani” del Monferrato, ingiustamente accusati di averla lasciata da sola in macchina, e del figlio della cosiddetta “coppia dell’acido” di Milano che avevano aggredito uno studente sfigurandolo e mettendone a rischio la vita.

Ovviamente, data la diversa natura delle due vicende, in questo secondo caso il ragazzo è stato messo sotto la tutela dei nonni materni e non direttamente dei genitori.

Ciò che però è stato ribadito è che nessuno, se non per serie e estreme motivazioni, può essere sottratto all’ambiente di prossimità e, completamente sradicato, “riprogrammato” in modo del tutto astratto e artificiale.

Era l’idea, in fondo, quest’ultima, dell’illuminismo, per il quale non esisteva l’uomo in concreto ma un’universalità umana astratta e indifferenziata che poteva essere riplasmata secondo fini di pura razionalità.

Quanti danni questo ideale dell’ “uomo nuovo” abbia recato, non è qui il caso di ricordare.

Quel che invece va ribadito è che la libertà dell’individuo, che ovviamente è il frutto di una maturazione che passa attraverso le esperienze della giovane età, è sempre una libertà situata, che si realizza cioè in un rapporto dialettico con un contesto specifico di riferimento.

Certo, i padri esistono per essere “uccisi” e le famiglie per essere abbandonate, ma questo deve essere un processo graduale e dialettico di maturazione e di consapevolezza del singolo. Pensare che esso possa essere accelerato e programmato a tavolino è peggio di un errore.

È un crimine.

E pensare con il buon Hegel che la famiglia, nel senso anche più allargato possibile, debba di necessità “inverarsi” nell’eticità “superiore” e “concreta” dello Stato, è sicuro indice di una mentalità non liberale.

Anche quando lo Stato assume, come oggi accade, le sembianze persuasive di un Legislatore “politicamente corretto” che è convinto di agire per il bene e la libertà del singolo. Immemore del fatto che una libertà non conquistata, paternalisticamente concessa, semplicemente non è tale.

Corrado Ocone, Il Mattino 1 dicembre 2017

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