Non facciamo del complottismo, le «fake news» non spiegano tutto

Non facciamo del complottismo, le «fake news» non spiegano tutto

Adesso però non esageriamo, altrimenti diventiamo come i complottisti che tanto ci piace deridere, né più né meno. E prendiamola con più freddezza questa storia (leggenda?) delle fake news. Non scadiamo nel cospirazionismo, nella credulità di segno rovesciato.

Siamo in attesa di sapere quale sia esattamente la falsa notizia diffusa dai social attraverso profili creati dagli hacker russi che avrebbe determinato il voto a Trump dell’operaio americano, elettore peraltro di Obama quattro e otto anni prima.

Aspettiamo con ansia qualcosa di circostanziato, preciso, dettagliato, documentato che possa dare un po’ di forza alla finora assai nebulosa spy story detta Russiagate. Ma intanto cerchiamo di non trarre conclusioni, per così dire, un po’ avventurose.

Come se una tenebrosa Spectre stia davvero facendo da burattinaia dei destini politici ed elettorali dell’Occidente.

Come se davvero fossimo dominati dall’impulso di sottrarci al duro compito di capire perché le cose elettorali, oramai stabilmente, stiano andando in una direzione imprevista da noi presuntuosi dell’establishment che tutto pretende di conoscere, e di analizzare con lucida razionalità.

Dire per esempio che la ragione principale dello stabile, coriaceo, radicatissimo attestarsi di Marine Le Pen attorno a un quarto e passa dell’elettorato francese stia nell’azione depistante dei falsi account che inquinano il web, davvero non vi sembra, essa stessa, una clamorosa fake news al rovescio?

Dire che dietro la crescita dei «populisti» in Europa ci sia la manina della disinformatia (parola peraltro coniata in un’epoca in cui un forte partito italiano era strettamente legato alla centrale che la elaborava) è una pista che non porta da nessuna parte, se non nella fantasia di un tardo film con 007.

Dire che la Brexit non ci sarebbe stata se non nell’azione subdola dei russi può servire a Theresa May per giustificare la propria debolezza, ma non per capire quello che è successo.

Dire che anche i successi dei grillini parlano segretamente in russo significa condannarsi all’incomprensione perenne.

Intanto converrebbe ricordarsi che la propaganda esiste da quando esiste la società di massa e (ri)leggere con profitto gli scritti di Elias Canetti e José Ortega y Gasset sul ruolo dell’emotività nelle scelte politiche delle masse. Quando ancora non avevano inventato i social. 

Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera 19 novembre 2017

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