Lo statalismo fa male Ovunque, persino nel paese dei Simpson

L’eccesso di regole ha sempre un effetto negativo A Springfield come in tutto il resto del mondo. Ne scrive Carlo Lottieri

Denso e al tempo stesso di facile lettura, ma anche perfetto per quanti devono insegnare economia a classi di adolescenti, questo Homer Economicus. I Simpson e l’economia curato da Joshua Hall e ora disponibile in italiano grazie a IBL Libri è un testo che invita a riflettere sulla teoria economica e sulle sue applicazioni a partire dalle vicende di una delle serie televisive più fortunate degli ultimi decenni.

Nati nel 1987 per iniziativa del fumettista Matt Groening, da quasi trent’anni The Simpsons offrono una rappresentazione ironica della società statunitense. Tutto o quasi ha luogo nella cittadina di Springfield e al centro della scena vi sono Homer e Marge, insieme ai figli Bart, Lisa e Maggie. Attorno a loro gravitano comunque altre figure, che delineano uno spaccato della società americana di provincia non solo ricco di umorismo, ma che offre anche innumerevoli spunti di riflessione. Non è quindi un caso se nel 2001 William Irvin, con la collaborazione di Mark T. Conard e Aeon J. Skoble, curò un volume su I Simpson e la filosofia e se, più di recente, gli autori coinvolti da Hall hanno esaminato gli episodi della serie usando le lenti dell’economia e, in particolare, di quella particolare scuola detta «austriaca», la quale conduce da Carl Menger a Ludwig von Mises, da Friedrich von Hayek a Murray Rothbard.

Molte grandi questioni dell’economia sono affrontate nel libro: dal profitto al valore, dalla moneta alla globalizzazione, dal ruolo degli incentivi alla funzione della proprietà. Gli autori hanno cercato di dare un’illustrazione delle proprie tesi utilizzando esempi tratti non già dalla realtà storica, ma dal mondo immaginario (sotto vari aspetti peraltro assai verisimile) in cui si svolgono le vicende. E se i primi saggi riguardano questioni di carattere molto teorico, di seguito si cerca di operare una serie di analisi applicate.

Così, ad esempio, Justin M. Ross prende in esame le «esternalità positive» (le conseguenze su altri, e da loro apprezzate, delle nostre attività) ricordando l’episodio in cui Homer scopre che la varicella di Maggie potrebbe essere utile ad altri bambini, se questi ultimi potessero ammalarsi e in tal modo diventare immuni al morbo. Da qui l’idea, in Homer, di organizzare un «varicella party» a pagamento, con la presenza appunto della figlia Maggie. Nel saggio di Seth e Robert J. Gitter, invece, si riflette sull’immigrazione: e naturalmente qui si parla a più riprese di Apu, originario di Calcutta (il nome completo è Apu Nahasapeemapetilon) e titolare di un piccolo supermarket con il quale riesce a mantenere la moglie e gli otto figli.

Si spazia insomma dalle riflessioni più astratte (sarà vero che Homer e gli altri sono mossi solo dal desiderio di denaro? Oppure: le preferenze umane sono quanto vi è di più soggettivo e imprevedibile?) a questioni più pratiche, cercando di capire cosa funziona e cosa no a Springfield. L’impostazione degli autori, che si riconoscono di massima nel pensiero liberale, fa sì che il libro sia pure una maniera divertente per accostare alcuni dei maggiori temi dell’economia di mercato e un utile strumento per comprendere l’origine spontanea delle istituzioni, il ruolo informativo dei prezzi, l’importanza della creatività imprenditoriale.

Il volume non mira a fare dei Simpson dei liberali e, tanto meno, degli economisti. Semmai i varim saggi sembrano tutti condividere l’idea che se osserviamo la realtà avvalendoci di solidi strumenti interpretativi, siamo in grado di comprendere il modo in cui si combinano le diverse strategie adottate da quanti agiscono in società. La spesso sconclusionata compagnia degli abitanti di Springfield è allora apprezzata soprattutto per la sua umanità. Nonostante possano apparire ridicoli e stravaganti, a ben guardare i protagonisti delle vicende tendono a muoversi grosso modo come fanno le persone in carne ed ossa: cercano di avere successo, provano ad aiutare gli amici, si sforzano di evitare disastri, e via dicendo. Alcune volte si comportano onestamente e altre volte no, ma il loro agire non è mai la conseguenza di schemi fissi. Il sale delle storie raccontate sta spesso nell’offrire esiti imprevedibili e soluzioni inaspettate.

Per giunta, Homer, Marge, Bart e gli altri sono interpreti di una microeconomia senza macroeconomia, poiché nel loro ricercare una qualche felicità (e alcune volte questo obiettivo può coincidere perfino con una gran quantità di frittelle!) non obbediscono a regole generali, né essi sono mai inglobabili entro aggregati. Pur con le loro bizzarrie e anche grazie a questo, i Simpson sono davvero individui, che agiscono liberamente e devono fare i conti con le conseguenze delle loro scelte. L’economia dei Simpson raccontata da Hall e dagli altri non è allora l’economia dei numeri e dei grafici (davvero scarsi nel libro), poiché al cuore delle storie vi sono sempre le specifiche attitudini dei protagonisti.

I Simpson sognano e decidono, senza mai essere governati da qualche (presunta) legge di natura o da qualche stabile correlazione. Molti passi, poi, richiamano l’attenzione sulla regolazione e sui suoi effetti spesso negativi, sebbene non voluti. A più riprese, infatti, le autorità introducono leggi volte a conseguire ben precisi risultati (ad esempio, sconfiggere l’alcolismo) e non si avvedono che quella norma produrrà conseguenze inattese e alla fine disastrose. Nel suo capitolo Mark Thornton evidenzia così come quando i Simpson si trovano ad affrontare il tema della lotta al vizio, essi rivivono le ben note vicende che tra la prima e la seconda guerra mondiale hanno portato gli Stati Uniti a rilegalizzare il consumo delle bevande alcoliche, riconoscendo il fallimento di ogni repressione legale.

Nel mondo reale come a Springfield, insomma, è solo dal rispetto di taluni principi fondamentali e dall’accettazione della complessità delle interazioni sociali che può emergere una società libera e una convivenza ordinata, senza troppe tensioni ed ingiustizie.

Carlo Lottieri, Il Giornale del 12 settembre 2016

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