Le Province rivivono e cercano soldi

Antropologicamente improbabile. Che a Palazzo Gardelli – la sede immortale, il nuovo sepolcro di Lazzaro, dell’Unione Province italiane – «non si sia brindato per la vittoria del No al referendum», non ci crediamo neanche a vederlo. Probabilmente, invece, si snodavano, in quei corridoi austeri, trenini festanti di dipendenti bagnati di champagne, gesti dell’ombrello, trombette, Meo amigo Charlie Brown in sottofondo.

La notizia è che non solo le vituperate Province, sorelle del Cnel e madrine di tutti gli enti inutili siano risorte; ma anche che ora, fiere e vendicative come nei romanzi d’appendice, chiedano al Presidente della Repubblica soldi per tornare a campare come una volta. Almeno 650 milioni. Per ora, giusto «per azzerare i tagli previsti del 2017». Dopodiché i redivivi punterebbero ad oboli graduali dello Stato, dato che quel che rimane delle Province costa 4,8 miliardi euro (970 milioni solo per il personale).

L’indotto, come dire. Il presidente dell’Upi Achille Variati rivela il suo malessere istituzionale in una lettera a Mattarella: Le Province che in seguito al risultato del referendum sono state confermate tra le istituzioni costitutive della Repubblica, a causa dei tagli insopportabili a cui sono state sottoposte sono nell’impossibilita di predisporre i bilanci per il 2017. La conseguenza di questa emergenza avrà, se non risolta, ripercussioni pesantissime sui servizi ai cittadini la cui erogazione non potrebbe più essere garantita». Ed ecco, allora, che per Variati emergono le «reali differenze» col Consiglio nazionale dell’Economia.

Le Province sono una sorta di maledizione costituzionale di Tutankhamon

Ecco l’essenzialità dei numeri: 100 mila chilometri di strade da mantenere; e 5 mila scuole superiori da ristrutturare e da scaldare nel rigido inverno; e 20 mila dipendenti da nutrire, dipendenti rimasti in Provincia dopo la maxi-mobilità (riforma Delrio, legge 56/2014) che ne ha distribuiti altri 23 mila fra Comuni, Regioni, Corte dei Conti e pre-pensionamenti – ne restano da ricollocare 472 -; e una spesa corrente che si aggira, appunto, sui 4,8 miliardi all’anno. Una massa di danaro, tra l’altro, già finanziabile con le tasse automobilistiche e assicurative, eppure – pare- insufficiente al fabbisogno degli enti revenant.

La missiva del provinciale Variati al Quirinale riverbera pessimismo cosmico; e, lette in controluce, velate minacce sul blocco dei servizi essenziali. E c’è pessimismo, a questo punto, anche per Libero che per anni s’è speso pro abolizione totale dei suddetti enti; e lo fece assieme a svariati Presidenti del Consiglio, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi stesso che cercò di cancellare gli articoli 114 e 118 della Costituzione con riferimento alle Province» (lasciando al loro posto come enti costitutivi della Repubblica i Comuni, le Città metropolitane e le Regioni).

Abbiamo fallito tutti. Le Province sono una sorta di maledizione costituzionale di Tutankhamon. Da settembre scorso le 76 Province delle Regioni a statuto ordinario sono amministrate da sindaci. Entro gennaio 71 su 76 andranno alle urne per rinnovare i consigli per la seconda volta. «Se fosse passato il Si sarebbero state abolite le Province, ma sarebbero stati istituiti poi gli enti di area vasta e cos’altro siamo noi se non enti di area vasta…». Variale pare quasi sorridere. Ci siamo e ci resteremo. E vi tocca pagarci.

Entrando in un merito squisitamente giuridico, ora è ovviamente sotto il microscopio la sopraccitata legge Delrio che svuota di poteri le province e introduce la nuova denominazione di enti territoriali di area vasta», che vuol dire tutto e nulla. Il giurista Ugo De Siervo, già presidente della Corte Costituzionale (ha votato «No» al referendum), ammette che per le Province, e allo stesso modo per le Città Metropolitane, tutto rimarrà secondo l’impostazione data dalla legge 56. Ma a questo punto qualcuno potrebbe chiederne una verifica della legittimità costituzionale».

Mentre il sottosegretario uscente agli Affari regionali Gianclaudio Bressa, tra i padri della legge 56 ribatte: «Quel provvedimento – ormai da due anni e mezzo – e stato approvato a Costituzione vigente, che non stata modificata, quindi nulla cambia».

Vabbè. Mentre si discutono gli indirizzi della Consulta, gli zombies tornano. E, sfruttando l’onda lunga di un referendum mal impostato, batton cassa. Tutto da rifare. Con l’aggravante che andare avanti verso la vera abolizione non si può, tornare davvero indietro a prima dell’avvento Renzi non si vuole. Champagne…

Francesco Specchia, Libero 9 dicembre 2016 

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