Le connessioni social? Ebbero inizio a Siena nel Medioevo

Le connessioni social? Ebbero inizio a Siena nel Medioevo

Siamo tutti convinti che la nostra sia l’età delle connessioni, della comunicazione: delle reti. Ma esse hanno dietro di loro una lunga storia: raccontarla è un’idea semplice, ma al tempo stesso geniale, a cui pochi avevano pensato prima di Niall Ferguson, che oggi la propone in questo straordinario volume (La piazza e la torre: Le reti, le gerarchie e la lotta per il potere. Una storia globale, Mondadori, 30 euro).

Tutto ciò non sorprende: Ferguson è certamente uno dei più noti, poliedrici e prolifici storici del nostro tempo. Inglese e cattedratico ad Harvard, alterna lavori di ricerca imponenti (come la recente biografia di Henry Kissinger) a saggi a più ampia destinazione, propri di un intellettuale pubblico come lui.

La storia delle reti comincia non con il mondo antico o con quello alto medievale ma dai Comuni medievali italiani: la Torre e la Piazza del titolo sono rispettivamente quelle del Mangia e quella del Campo, la città è ovviamente Siena. Ferguson, che è anche uno storico dell’economia, pensa che proprio nell’Italia tardo medievale siano state gettate le basi del capitalismo moderno.

Di cui uno dei padri teorici fu, nel XV secolo, il diplomatico ed economista siciliano (per la precisione, ragusano) Benedetto Cotrugli, autore del Libro de l’arte de la mercatura.

Un testo che per Ferguson dimostra come già secoli fa i mercanti italiani, e non solo quelli del centro e del Nord, si muovessero all’interno di reti sovrapposte, a comporre quello che il premio Nobel dell’Economia e grande filosofo della politica, Friedrich von Hayek, chiama «l’ordine spontaneo».

Dall’Italia del tardo medioevo parte quindi l’intrigante racconto di Ferguson, arricchito da uno stile vivace e da un intreccio che fa ricorso alle tecniche narrative, per spaziare nei secoli successivi e sui diversi continenti.

Una storia di come gli individui abbiano costruito le loro reti di scambio e di comunicazione, e di come esse si siano trovate di fronte a un’organizzazione di tipo diverso, se non opposto: quella gerarchica.

Le reti sono orizzontali e prediligono l’informalità e la quotidianità; sono quelle della «società civile», un concetto non a caso inventato dagli Illuministi scozzesi. La gerarchia invece predilige la verticalità, il carattere formale e rigido, la staticità dei ruoli. Economia, commerci, cultura e scienza, cioè scambio di idee, si diffondono soprattutto attraverso le reti, nella Piazza.

Al contrario la guerra e la politica prediligono la gerarchia: organizzazioni come gli eserciti e gli Stati sono per eccellenza i luoghi della verticalità, rappresentano la Torre. Quello di Ferguson è il racconto del rapporto tra reti e gerarchie, che in alcuni momenti storici può diventare contrasto, anche violento.

Le rivoluzioni politiche, ad esempio, sono sempre il prodotto di un lavorìo di decenni, compiuto da reti informali che si sovrappongono e si intersecano, divorando a poco a poco le basi dell’ordine gerarchico, fino a farlo crollare. Il lettore troverà sicuramente avvincenti, a questo proposito, le pagine dedicate alla rivoluzione francese e ancora più a quella bolscevica.

Il confronto tra reti e gerarchie prende nuove forme nella contemporaneità.

Se tra la Piazza e la Torre è stata sempre la seconda, cioè la gerarchia, ad esser prevalente, nell’età contemporanea i ruoli si sono rovesciati: le strutture verticali, a cominciare dagli Stati nazione, perdono potere e influenza, mentre le trasformazioni sociali ed economiche più dirompenti sono figlie delle reti, diventate digitali e sempre più complesse: generando almeno due effetti, la rapidità delle scoperte tecnologiche e la velocità degli scambi commerciali.

La Piazza sta per far crollare la Torre. Tanto che dobbiamo chiederci se non ci si siamo spinti troppo oltre e se non sia necessario ricostruire forme di gerarchie adatte ai tempi. La Torre non dovrà né potrà per forza essere alta come quella del Medioevo: ma di un principio di ordine continuiamo ad avere bisogno.

Marco Gervasoni, Il Messaggero 8 marzo 2018

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