Lavoro? Più del curriculum, meglio una chiacchierata

Lavoro? Più del curriculum, meglio una chiacchierata

Pierluigi Del Viscovo, sul Giornale del 21 gennaio 2018, affronta il tema della ricerca del lavoro e torna sulla frase del ministro Poletti…

Cerchiamo lavoro bussando ad amici e parenti anziché inviando curriculum o rivolgendoci agli uffici del collocamento. Sembriamo i soliti italiani ancorati ai metodi clientelari del secolo scorso, ma forse non è proprio così. A ben guardare, la faccenda è un tantino più complessa.

Che in Italia ci si rivolga meno agli uffici pubblici non deve sorprendere, vista la meritata considerazione che abbiamo del loro funzionamento e della capacità di produrre risultati per il cittadino.

Ma quale altra strada funziona? Perché mandare in giro il curriculum non basta, secondo noi? Non certo perché amici e parenti ti accolgono a braccia aperte. Forse un tempo, quando il lavoro era diverso, più ripetitivo e standardizzato, si poteva tutto sommato fare il favore a un nipote, prendendolo a lavorare. Tanto, non avrebbe fatto molto peggio di un altro e comunque nell’ufficio qualcuno avrebbe rimediato alle lacune.

Ma oggi? Davvero pensiamo che ci siano ancora contesti lavorativi così tranquilli? Ormai ogni ufficio e officina lotta con le unghie per farsi preferire dai clienti. Nessuno ha più posto per accogliere un lavoratore al di sotto dei requisiti minimi. Detto diversamente, il lavoro lo puoi pure chiedere a parenti e amici, ma che te lo diano è tutta un’altra faccenda.

Ma se non è la preferenza, la raccomandazione, allora la ragione del rapporto personale è un’altra.

L’occasione di incontrarsi di persona, invece che su carta, permette di scambiare informazioni sottili, che non si vendono un-tanto-al-chilo.

Chi cerca lavoro è prevalentemente un giovane. Per trovarlo deve dimostrare di essere molto più del suo titolo di studi, deve rassicurare sulla volontà di impegnarsi, di apprendere ciò che non sa o non sa fare, con l’ambizione di fare bene e meritarsi quel lavoro e – perché no? – anche una carriera. Tutte cose che non emergono da asettiche comunicazioni.

Del resto non ci sono solo molti giovani in cerca di lavoro, ma anche tante piccole imprese che faticano a trovare le persone giuste. Aziende e piccole ditte che non cercano un titolo di studio né un curriculum, ma una persona in grado di aiutare sul lavoro.

L’Italia è un’economia di piccole e micro imprese, un esercito di titolari di attività minuscole, che ogni giorno lavorano gomito a gomito con pochi collaboratori. Nessuna sorpresa che entrino in gioco fattori di compatibilità personale.

Nel confronto con altri vicini europei, aggiungiamo pure che per il nostro modo di essere, un tantino estroverso e socievole, ci risulta difficile avere un atteggiamento distaccato, ignorando gli aspetti caratteriali.

In ultimo, una riflessione su quella battuta del ministro Poletti: «Per trovare lavoro, meglio giocare a calcetto che mandare curriculum». Nessun datore di lavoro va a giocare a calcetto e se ne torna con un potenziale dipendente, però un senso c’è.

Piuttosto che spedire curriculum e aspettare che qualcuno risponda, è meglio uscire e buttarsi nella mischia, incontrare persone e rendersi disponibile. Troppe volte da un’idea scambiata in una chiacchierata nasce l’ipotesi di un progetto, sempre che le persone siano pronte a mettersi in gioco, a cominciare per vedere come va, consapevoli che nel lavoro, se alla fine della giornata hai prodotto qualcosa, ti diranno molto probabilmente di tornare domani.

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