L’assassinio Moro e quel filo “rosso” che porta alla rivoluzione mancata

L’assassinio Moro e quel filo “rosso” che porta alla rivoluzione mancata

Quali furono, se ci furono, i presupposti culturali, o sottoculturali, che spinsero le Brigate Rosse a “sferrare”, come suol dirsi, “un attacco al cuore dello Stato”? E perché, ad un Pci e a una classe operaia che furono compatti nello stare dalla parte delle istituzioni repubblicane, non corrispose un uguale sentimento nel corpo degli “intellettuali di sinistra”, cioè in pratica di buona parte del mondo culturale? Perché fu quella l’epoca, soprattutto fra gli intellettuali, dei distinguo, dei giustificazionisti (i “compagni che sbagliano”) e addirittura della falsa equidistanza (“né con lo Stato né con le Br”)?

Sono domande che hanno ancora un senso, a quarant’anni dalla strage di via Fani, dal rapimento di Aldo Moro e dai tragici 55 giorni che portarono al ritrovamento del suo corpo in via Caetani. Domande che interrogano la nostra coscienza e che forse aiutano a capire l’oggi.

Scortato da qualche non conformista lettura, sono abituato ad affiancare mentalmente il delitto Moro a un altro delitto “di peso” della nostra storia: l’agguato e l’uccisione, questa volta seduta stante, di un altro grande uomo politico e di cultura, avvenuta a un altro bivio stradale, questa volta a Firenze, il 15 aprile 1944. Certo, il peso politico di Giovanni Gentile era allora in una fase discendente, in un’ “Italia tagliata in due” e avviata alla sconfitta; mente Moro, autentico democratico, era, quando fu rapito, nel pieno del suo potere, vedendo anzi proprio in quei giorni, in un’Italia cupa e segnata dal terrorismo ma sicuramente molto meno povera di quella del ’44, concretizzarsi il suo progetto politico.

Ma Gentile si era proposto, con un discorso in Campidoglio del dicembre 1943, come una sorta di riconciliatore nazionale, così come Moro era il patrocinatore del governo di “solidarietà nazionale” che avrebbe preso corpo proprio il giorno del suo rapimento. In entrambi i casi, conosciamo i nomi dei membri del comando e degli esecutori che spararono, ma non i mandanti ultimi (anche se, almeno nel caso di Gentile, ci fu una rivendicazione netta ma tutta politica da parte di Palmiro Togliatti appena rientrato dal lungo esilio in Italia).

Lasciamo stare le piste, forse dietrologiche, che individuano in alcuni comunisti della Resistenza rifugiatisi a Praga per non aver voluto deporre le armi dopo il 25 aprile gli addestratori militari dei brigatisti che avrebbero agito tanti anni dopo in via Fani.

Quel che è certo è che, nell’uccidere a sangue freddo un uomo del calibro intellettuale e umano di Gentile, ormai ininfluente politicamente, e nel giustificare l’assassinio, molti uomini della Resistenza mostrarono allora quale fosse per loro il vero obiettivo della guerra partigiana: non tanto un contribuito, altamente simbolico, dato agli alleati per liberare l’italia dal nazifascismo e instaurare la democrazia, quanto il primo atto di una rivoluzione violenta che avrebbe dovuto portare all’instaurazione del comunismo anche nel nostro Paese.

Invitati a deporre le armi dai dirigenti comunisti, in nome di un domani con condizioni migliori per la rivoluzione o di un gradualismo che non era il loro, costoro elaborarono il mito della “rivoluzione mancata”.

E fu questo mito a covare e a correre sotterraneo per molti anni dopo la guerra, in ambienti marginali ma a volte non ininfluenti della sinistra italiana, soprattutto intellettuale. Questo mito riemerse forte in una parte del nostro Sessantotto e armò la mano terrorista negli anni Settanta.

Nel bene o nel male, Moro era il simbolo maggiore di quell’Italia repubblicana che, asservitasi agli americani e allo “Stato imperialista delle multinazionali”, aveva fatto della vittoria sui nazifascisti una “vittoria mutilata”.

Corrado Ocone, huffingtonpost.it 15 marzo 2018

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