L’accordo Putin-Erdogan e gli anni buttati dall’Europa

L’accordo Putin-Erdogan e gli anni buttati dall’Europa

Se tra la Russia e Turchia è tornato il sereno in Europa si aggira lo spettro della nuova cortina di ferro. Che la “crisi dell’aereo” abbattuto dai turchi nel novembre 2015 fosse stata archiviata da un pezzo lo avevamo già compreso nell’immediato post-golpe dello scorso 15 luglio ma il recente patto stilato da Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan conferma non solo la semplice ripresa dei normali rapporti diplomatici – mai realmente interrotti – ma una vera e nuova alleanza di ferro che altera pesantemente gli equilibri già precari dell’area mediorientale e caucasica, con inevitabili contraccolpi nelle economie più vicine.

Il crescente dissenso della comunità internazionale – Stati Uniti e molti Paesi europei in testa – attorno a queste figure carismatiche e ai loro governi hanno provocato, chissà quanto inconsapevolmente, il riemergere di una nuova cortina certo politicamente pericolosa di fronte alla quale, prima o poi, le cancellerie occidentali dovranno giocoforza fare i conti.

La nuova alleanza russo-turca infatti, al di là dei richiami fascinosi del passato tardomedievale alla seconda e alla terza Roma, è destinata a rappresentare d’ora in poi un convitato di pietra tutt’altro che irrilevante nelle programmazioni delle nostre future politiche, soprattutto energetiche e militari.

Va detto che questo rapido rassemblement non è certo frutto di un mutamento improvviso delle posizioni strategiche di questi Paesi ma è figlio, piuttosto, della inspiegabile schizofrenia degli attuali governi occidentali che, in pochissimo tempo, sono passati dall’entusiasmo dei festeggiamenti di vantaggiosi accordi bilaterali alla decretazione di inutili e dannose sanzioni, peraltro ampiamente criticate anche all’interno degli stessi governi che le hanno votate.

Per comprendere quanto gli equilibri siano mutati in pochissimi anni si ricordi, ad esempio, l’accordo del 2002 di Pratica di Mare promosso dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi grazie al quale la Russia, in nome della comune battaglia contro il terrorismo, poté lasciarsi alle spalle un isolamento decennale per intraprendere un difficile percorso di cooperazione internazionale nelle aree maggiormente instabili dell’universo radicale islamico in concerto con le potenze occidentali.

Ammettiamolo: riproporre quell’accordo oggi rasenterebbe la fantascienza il che fa comprendere quante mosse, a distanza di 14 anni, abbiano potuto sbagliare i governi che si succedettero a quelli presenti in quel summit e quanti anni di difficili trattative siano stati buttati al vento. I fatti a cui stiamo assistendo, dalla Siria alla Libia, dovrebbeRoma far riflettere non poco sui rischi di una frammentazione cosí estesa dello scacchiere delle alleanze.

Mai prima d’ora s’era visto uno scontro di questa entità tra i due più potenti Paesi che aderiscono al Patto Atlantico, Usa e Turchia. Con 510.000 militari Ankara può infatti vantare – e conseguentemente far pesare – il secondo esercito più numeroso, appena subito dopo quello degli Stati Uniti nella NATO.

Ma come si è consumata questa frattura sicuramente non sanabile nell’immediato? Ancora una volta nella pretesa, soprattutto dell’area comunitaria, di poter coinvolgere la Russia e la Turchia nelle aree più remote come l’Afghanistan e di escluderle, viceversa, nelle decisioni e nella “spartizione” inevitabile degli interessi economici in aree credute, chissà in base a quale ragionamento, come semplici protettorati economicamente esclusivi.

A tal proposito ciò che accadde in Libia con la rimozione di Gheddafi decisa in fretta e in furia dal governo francese e in aperta opposizione all’opinione dell’allora governo Berlusconi ha dimostrato che la mancata partecipazione a certi processi decisionali della Russia e della Turchia possano generare il caos non solo a causa del fragile consenso attorno a queste operazioni ma, soprattutto, perché il rischio che lo scontro tra le diverse cancellerie si possa “traslare” – come in effetti accaduto – all’interno degli equilibri di quelle aree instabili. Il tutto, non va dimenticato, in uno scenario che vede la completa assenza degli Stati Uniti, totalmente incapaci sotto l’amministrazione Obama, di prendere parte come in passato ad operazioni militari su vasta scala.

Se a questo aggiungiamo che, nel prossimo futuro, il nuovo Presidente potrebbe essere il Segretario di Stato in carica durante la barbara uccisione dell’ambasciatore americano a Bengasi non si preannuncia affatto all’orizzonte un miglioramento dello status quo.

Adesso questa “strana” alleanza Putin-Erdogan è però attesa al banco di prova, tutt’altro che agevole, rappresentato dalla Siria, un territorio martoriato anche e soprattutto dalle profonde divergenze intercorse in questi mesi tra il governo turco e quello russo sul futuro di Assad.

Se nel recente passato molti degli scontri diplomatici tra questi due Paesi si sono consumati nella volontà del sunnita Erdogan di rovesciare l’alauita Assad e, di contro, in quella di Putin di mantenere il rais siriano al potere, oggi, il punto di svolta, potrebbe essere rappresentato da un nuovo equilibrio che permetta alla Russia di tenere fede alle proprie posizioni e alla Turchia di evitare, grazie a questo accordo, il rafforzamento curdo in quell’area di frontiera.

Con o senza Assad, a questo punto, poco importa. Un contesto, questo, che rischia, per la prima volta, di vedere gli Stati Uniti totalmente fuori da qualsiasi influenza o decisione, sia con la vittoria della Clinton e sia con la vittoria di Trump. Un futuro decisamente poco allettante è totalmente inaspettato anche per i più feroci oppositori dell’interventismo dell’era Bush, che, di fronte a tale immobilismo – ma in grande segreto – stanno addirittura cominciando a rimpiangere quegli anni ruggenti.

 

Simone Santucci

Capo della Segreteria della Fondazione Luigi Einaudi

Da Il Giornale del 26 agosto 2016

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