La sinistra non ha capito il sentimento popolare

La sinistra non ha capito il sentimento popolare

L’Italia va a Destra. Una Destra trainata da Salvini, poco ideologica ma con forti (seppur limitati) impegni programmatici. Uno di questi, forse il principale, è quello che concerne il controllo e la gestione dell’immigrazione.

Non nascondiamoci dietro una mano: gli italiani, la stragrande maggioranza, soprattutto quelli che vivono nelle zone povere e degradate delle nostre periferie, convive con molto disagio con i nuovi arrivati, e non certo per razzismo. Quella che rischia di scatenarsi, e che forse si già scatenata, è una “guerra fra poveri”.

Di fronte a questa situazione, gli elettori, non trovando ascolto, anzi contezza della propria situazione presso gli altri partiti, hanno affidato alla Lega il compito di superare la politica della totale accoglienza di questi ultimi anni. Giusto o sbagliato che sia, è questo il sentimento popolare predominante. Ed è su questo sentimento che la sinistra, tradizionale riferimento dei ceti popolari, non ha saputo sintonizzarsi.

Certo, se il sentimento popolare predominante non ci piace, o non corrisponde alle nostre idee e ai nostri interessi, possiamo contribuire, con la nostra azione, a mutarlo. Ma non possiamo far finta che non esista, o opporci a esso, cioè alla realtà, come un ariete.

È questo in verità l’atteggiamento che la sinistra ha assunto: un atteggiamento, per dirla tutta, che i vecchi comunisti, fanatici e settari quanto si voglia ma attenti sempre al “principio di realtà”, non avrebbero mai assunto. Il sentimento popolare va capito, non disprezzato: almeno in società e in epoche democratiche e soprattutto se si vuole fare una politica di sinistra.

Compito delle élite, se ci sono, è di tener sempre conto dei sentimenti e delle pulsioni popolari per poi incanalarli in soluzioni politicamente e moralmente accettabili. Cosa hanno fatto invece i dirigenti dei partiti di sinistra, soprattutto quando stavano al governo?

La tesi del “fenomeno percepito”

Prima di tutto, hanno minimizzato il fenomeno, dicendo che era un “fenomeno percepito”: la sua consistenza ci appariva elevata ma, stando ai numeri, tale non era. Come se, la “percezione” non fosse un elemento in politica più reale del reale, e come se i numeri non fossero “stupidi”.

La massa degli immigrati, infatti, si addensa spesso in luoghi determinati, abitati già da poveri e già in preda al degrado. E qui è sicuramente elevata, per un paese in sofferenza economica come il nostro ma anche forse in assoluto. Ma hanno mai, i dirigenti di sinistra, visitato una periferia?

L’argomento del calo demografico

Un’altra strategia adottata è stata quella di dire che, considerato il nostro trend demografico, gli immigrati avrebbero contribuito, lavorando e pagando le tasse, a sostenere il nostro welfare e a non far morire l’Italia. Quasi come se il lavoro fosse, anche per gli italiani, a portata di mano e come se l’integrazione degli stranieri nella nostra cultura fosse pacifica e immediata.

Peggio ancora è stato poi gridare al razzismo, alla xenofobia e al fascismo, dimostrando di essere una parte politica attaccata a cliché del passato. Essi avevano un senso quando alle loro spalle c’era un’ideologia di riscatto che dava speranza nel futuro ma sono poco realistici, non fotografando la realtà, e puramente reattivi.

Gridare all’ “emergenza democratica” è anche politicamente sciocco, non facendo altro che il gioco degli avversar, che non a caso alle ultime elezioni hanno continuamente aumentato i loro consensi.

Attenzione: qui non sto dicendo che la sinistra deve rinunciare alla sua identità, ma che essa deve costruirsi nella realtà, fra la gente, capendone i bisogni e cercando soluzioni non ideologiche ai loro problemi.

Corrado Ocone, www.huffingtonpost.it 11 giugno 2018

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