La rivoluzione dei moderati

La rivoluzione dei moderati

Giancarlo Bosetti, dalle pagine di Repubblica del 9 novembre 2017, scrive di un tema poco in voga: l’arte della moderazione

Ove più o ove meno avanzano gli “immoderati”, da Praga, Budapest e Varsavia fino a Caracas o a Delhi. L’estremismo è tornato in ascesa, il pensiero avvelenato dall’odio per un nemico, esterno, interno, quale che sia, inquina di nuovo la sfera pubblica: lasciata agli archivi del ‘900 “l’età degli estremi” (Hobsbawm), nazismo, comunismo e poi la guerra fredda, siamo entrati in una “era degli estremi numero 2”.

È la conseguenza di una “recessione democratica” (così battezzata da Lary Diamond), di un trend illiberale che produce regimi autoritari da una parte (vedi Venezuela, Turchia, Kenya etc.) e opinioni pubbliche rancorose e polarizzate dall’altra.

Sullo sfondo ci sono i bastioni del trend, Russia e Cina, ma Putin, per esempio, non avrebbe potuto interferire con troll e hacker nelle elezioni americane se gli americani non fossero stati così divisi; e Trump non avrebbe potuto vincere se la destra americana non si fosse già radicalizzata in profondità.

Complici la globalizzazione, la stagnazione economica, il terrorismo, il trend illiberale morde anche l’Europa, non solo con Orban e Babis, ma anche con i partiti anti-sistema che si affermano ovunque sulla base di un progetto “contro”.

E c’è una perdita di “lucidità” nelle leadership che dovrebbero fare argine: la Brexit è un caso di scuola, la Spagna è dentro fino al collo, l’Italia bene avviata nel gorgo dei rancori e dell’inconcludenza.

Ci voleva la proposta di un brillante storico delle idee, Aurelian Craiutu, per riscoprire e riproporre il capitale di “lucidità” lasciatoci in eredità da una generazione intellettuale che non c’e più – Isaiah Berlin, Hannah Arendt, Raymond Aron, Norberto Bobbio, Leszek Kolakowski, Michael Oakeshott — come antidoto contro l’estremismo. Il suo libro, Paces of Moderation. The Art of Balance in an Age of Extremes (University of Pennsylvania) analizza un intero arcipelago di risorse che quella virtù elusiva e indispensabile in democrazia, che è la “moderazione”, mette a disposizione per guadagnare discernimento, gestire le tempeste dell’odio e affrontare le antinomie del mondo post guerra fredda.

Il vento dell’estremismo fa prevalere una forma di pensiero che si ispira costantemente a un nemico per guardare al mondo attraverso una lente negativa, che restituisce sempre una risposta: «È colpa di». Cogitare-per-inimicos, diremmo in latino.

Si usano i nemici come se fossero mezzo di conoscenza, non solo come capro espiatorio, ma uno strumento per illuminare (illusoriamente) la via, come una bussola: gli immigrati, i diversi, il governo, il leader avversario, tutti bersagli da eliminare, che gettano fasci di luce verso un futuro radioso.

Ecco dove sono finiti i lendemains qui chantent dell’utopia comunista; sono diventati questi fantasmi del quotidiano blaterare di «far piazza pulita» per vedere d’incanto un domani migliore.

Cosi Trump: disfare quel che ha fatto Obama. Così tutta l’antipolitica dei partiti pop. Ma poi quel futuro migliore non arriva, come la famosa omelette di cui parlava Berlin, quella per cui si rompono tante uova, ma non viene mai servita in tavola.

Elimini un nemico, ma il piatto rimane vuoto.

I moderati parlano a voce più bassa, guadagnano ascolto con più fatica, ma possono spostare montagne e fare rivoluzioni, come nel caso di Adam Michnik, l’unico vivente (e in salute) della rassegna di Craiutu: nell’ultimo decennio del regime comunista polacco, lui, icona della resistenza, dentro e fuori del carcere, dove è più difficile difendersi dalla rabbia “contro”, è riuscito nell’impresa di alzare la bandiera della moderazione radicale e a ispirare un programma riformista, l’ossimoro di una “rivoluzione con self-control”, persino il dialogo con un regime che Solidarnosc avrebbe abbattuto con la sua strategia “evoluzionista”.

Michnik, uno che dal carcere diceva: non mi piace l’attributo “inflessibile” e neanche quello di “martire”. Come descrivere le virtù, di questo variegato genere di moderati, che mancano agli altri e difettano oggi? Ralf Dahrendorf le chiamava “menti erasmiane”.

Hanno in comune prudenza, scetticismo verso soluzioni radicali, aperture al dialogo anche in situazioni estreme, pluralismo, eclettismo, gli opposti di bigottismo, fanatismo, entusiasmo.

E soprattutto: immunità alla paranoia. Curioso che la “mitezza”, di cui Bobbio tesse l’elogio nel ’94, ci venga riproposta oggi da un filosofo rumeno in America: suona «meekness» in traduzione, e parla di indipendenza mentale, controllo delle passioni, capacità di vivere un disaccordo anche sui principi, senza che questo sempre diventi ostilità.

Non aut-aut, ma et-et scriveva Bobbio nei manichei anni Cinquanta, e non smise di dialogare con i comunisti senza smettere di criticarli, così come Aron non smise di discutere con Sartre, da cui lo divideva un mare di “lucidità ” sutantissime cose.

I Grandi Moderati hanno in comune anche le buone maniere, habitus in via di abbandono, eppure un bene essenziale in democrazia: la sopravvivenza del sistema può richiedere la capacità di andare a cenare insieme all’opposizione (William Harcourt, liberale inglese dell’Ottocento).

E due secoli prima, un altro nume tutelare della moderazione, Lord Halifax, alias William Savile, celebrava la capacità di levigare gli spigoli e persino i voltagabbana, per tenersi alla larga dalla “appassionata intensità” di certa gente che ha sempre dannatamente ragione.

Meglio la politica dello scetticismo che quella delle fede, raccomandano i moderati.

Sono tutti contro il “monismo”, ovvero la convinzione (Berlin) che a tutte le domande ci sia una sola riposte vera, o che il trionfo dei valori buoni sia un esito pacifico, quando invece è assodato che configgono l’un con l’altro, perché la loro pluralità riflette la natura degli esseri umani.

Per Aron la lucidità richiede sempre sforzo, solo la passione galoppa, perché nelle lotte politiche «nessuna causa è pura, nessuna decisione senza rischi, nessuna azione senza conseguenze imprevedibili».

Utile il detto attribuito a un saggio ebreo di Galizia: «Se qualcuno ha ragione al 55% è una bella cosa, non c’è motivo di litigare; se al 60%, magnifico! Che ringrazi Iddio. Se al 75%, i saggi comincino a sospettare; ma se qualcuno dice di aver ragione al 100%, chiunque sia, alla larga! È un fanatico e la peggior razza di mascalzone».

Certo non basta decantarla o invocarla, la moderazione, perché si imponga. Ma si può cominciare insinuando il dubbio in quelli della “certezza incrollabile”, e nel loro seguito, contro i fantasmi maligni che popolano la loro mente. Con mitezza.

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