Italiani da riscoprire. Il liberale Einaudi, un presidente vero

Contro scuola di Stato e sistema tributario, pro scuole private e liberalismo intelligente A 55 anni dalla morte il pensiero dell’economista capo dello Stato è attualissimo

Articolo di Riccardo Paradisi, da Libero del 17 settembre 2016

Definire un esule in patria Luigi Einaudi che dal 1948 al 1955 fu presidente della Repubblica dopo essere stato ministro e governatore della Banca d’Italia, un economista e opinionista di fama europea, potrebbe apparire un paradosso. Tuttavia a pensarci bene, a 55 anni dalla sua morte, il paradosso è solo apparente considerando che la lezione di Einaudi, le sue idee, la sua visione del mondo liberale e federalista, in un paese di solide radici familiste e stataliste come l’Italia, è rimasta lettera morta. Era stato lo stesso Einaudi del resto a definire inutili – come in un atto di rassegnazione preventiva – le sue prediche. Riunite in volume nel 1959 Le prediche inutili, scritte in pieno boom economico, sono ricognizioni illuministe e fulminanti sullo stato dell’arte del Paese, sui suoi ritardi cronici, soprattutto culturali, sull’esigenza di trasforma-re l’idea liberale in prassi sottraendo-la agli ideologismi dei dottrinari e calandola nella carne viva delle cose. La produzione, l’istruzione, la tutela del paesaggio, la democrazia, la burocrazia. Dalle prediche inutili che restano il manifesto e il testamento del pensiero einaudiano si possono estrarre frasi lapidarie che mantengono a tutt’oggi un’attualità sconcertante. Contro il conformismo e ratavico consociativismo italiano Einaudi scrive: «Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l’unanimità dei consensi». In anticipo sulla presa di coscienza prima pasoliniana e poi ecologista della devastazione del territorio italiano e del suo unicum paesaggistico – che era cominciata proprio negli anni cinquanta e proseguirà come un flagello per tutto il dopo-guerra – Einaudi ammonisce: «La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani».

La sferza di Einaudi cala con forza anche sull’inclinazione nazionale alla retorica come dissimulazione del-la passione civile e della competenza ricordando che non è possibile deliberare senza conoscere. Einaudi non arretra nemmeno di fronte al totem della scuola di stato arrivando addirittura a proporre l’abolizione del valore legale del titolo di studio, per lui «una mera superstizione», «una lugubre farsa». E così an-notava: «Che cosa altro erano le botteghe di scultori e pittori riconosciuti poi sommi se non scuole private? V’era bisogno di un bollo statale per accreditare i giovani usciti dalla bottega di Giotto o di Michelangelo?». Non si tratta di un atto d’accusa contro la scuola pubblica ma contro il monopolio statale dell’istruzione che, come ogni monopolio, costituisce per un liberale il viatico più diretto e pericoloso verso la deriva totalitaria dello stato. Non basta: sembra che Einaudi prendesse gusto – lui uomo di sistema e delle istituzioni – a provocare i riflessi pavloviani del conformismo del sistema italiano e in particolare di quelli del combinato disposto ideologico cattolico-comunista ostile alla logica e alla cultura del profitto. E così nel saggio In lode del profitto si legge: «Il profitto è il prezzo che si deve pagare perché il pensiero possa liberamente avanzare alla conquista della verità, perché gli innovatori mettano alla prova le loro scoperte, perché gli uomini intraprendenti possano continuamente rompere le frontiere del noto, del già sperimentato e muovere verso l’ignoto, verso al mondo ancora aperto dell’avanzamento morale e materiale dell’umanità».

Ma appunto Einaudi non era un dottrinario, non gli interessavano le crociate ideologiche. Nel saggio Discorso elementare sulle somiglianze tra liberalismo e socialismo scrive che su ogni problema morale, religioso, educativo, familiare, nazionale o internazionale, «i due principi della libertà del-la persona e della cooperazione de-gli uomini viventi in società, costringono l’uomo, che è uno solo, ad essere a volta a volta e nel tempo stesso, liberale e socialista; o più l’uno o più altro, a seconda del prevalere dell’uno o dell’altro principio». Né il contrasto tra queste due inclinazioni è dannoso, «perché giova al-la scoperta del punto critico, per il quale si opera il trapasso dal bene al male sociale». Un uomo pratico Einaudi, dotato dell’intelligenza del buon senso che oggi guarderebbe alla stanca diatriba tra keynesiani e ultraliberisti con lo sguardo ironico e però preoccupato che riservava agli integralisti di ogni natura. Una lezione ai dottrinari sia del liberalismo che del socialismo ai quali ricordava come fosse un errore dovuto all’uni-lateralità ideologica ritenere che il liberalismo «sia sinonimo di assenza dallo stato o di assoluto lasciar fare e lasciar passare e che il socialismo sia la stessa cosa dello stato proprietario e gestore dei mezzi di produzione».

C’è nella riflessione di Einaudi contenuta un’enorme saggezza, la luce di un’intelligenza politica acuta e benevola, capace di dosare la prudenza conservatrice – soprattutto nel campo morale e religioso – e l’audacia riformista, aliena dalla faziosità ideologica, profondamente radicata nella cultura nazionale. Qualità che hanno reso Einaudi un profeta inascoltato e appunto, un esule in patria. Il destino che questo paese riserva ai suoi figli migliori.

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