Legge elettorale, errare humanum, perseverare diabolicum!

Legge elettorale, errare humanum, perseverare diabolicum!

Del c.d. “rosatellum-bis” ho già affrontato il merito nel mio precedente articolo su NON MOLLARE del 2 ottobre, prima che fosse approvato dalla Camera, e non c’è granché in più da dire sul testo che ha assunto la nuova normativa elettorale dopo le irrilevanti modifiche apportate nel corso del suo primo passaggio parlamentare.

C’è invece molto da dire sul metodo utilizzato nell’occasione e che sarà presumibilmente reiterato al Senato, se un minimo di resipiscenza non colpirà le istituzioni che a vario titolo vi saranno coinvolte. A questo punto, forse un po’ di storia non guasta.

Il 28 aprile 2015, quando il governo Renzi decise di porre la fiducia alla Camera sulla legge elettorale, il c. d. italicum, erano passati più di sessantadue anni da quando, il 14 gennaio del 1953, il Governo De Gasperi aveva fatto la stessa forzatura istituzionale sulla c.d. “legge truffa”, una spregiativa definizione inventata in aula da Piero Calamandrei e che poi fece fortuna nella pubblicistica dell’epoca.

Anche se c’è da dire che tanto truffaldina non era, visto che si limitava ad attribuire il 65% dei deputati al gruppo di partiti alleati (allora non si chiamavano coalizioni) che avesse raggiunto almeno il 50% + 1 dei voti validi, mentre la legge elettorale del Senato restava comunque proporzionale su base regionale.

E quindi, quella legge non attribuiva la maggioranza del Parlamento alla prima delle minoranze, com’è poi accaduto col porcellum e poteva accadere con l’italicum, ma si limitava a rafforzare una maggioranza assoluta che un gruppo di partiti sperava di potere conseguire nelle urne, cosa poi neppure accaduta anche se per poche decine di migliaia di voti; insomma, una vera e propria garanzia di governabilità, non già un formale premio di maggioranza, che è istituto sconosciuto alle moderne democrazie.

Sta di fatto che la Camera, non senza avere prima ampiamente discusso e anche approvato alcuni emendamenti, il 18 gennaio 1953 (dopo 57 sedute e 340 ore di discussione) diede la fiducia al Governo, provocando l’uscita dall’Aula delle opposizioni e le dimissioni di una parte dell’Ufficio di Presidenza (i comunisti La Rocca e Giolitti, ed i socialisti Targetti, Merloni e Guadalupi).

Quando il progetto di legge approdò nell’Assemblea del Senato, dopo 42 sedute di Commissione, nella seduta dell’8 marzo 1953 il Governo reiterò la questione di fiducia, ma il Presidente Giuseppe Paratore (liberale), prendendo spunto dalla dichiarazioni appena rese in Aula da De Gasperi, affermò: «quindi questo non rappresenta un precedente»; e la stessa dichiarazione Paratore confermò nella seduta del giorno successivo in sede di approvazione del precedente verbale, mettendo così agli atti parlamentari che l’unico precedente in materia rimaneva quello del 1923, quando Mussolini aveva posto la fiducia sulla c.d. Legge Acerbo, che segnò l’inizio del piano inclinato verso il regime fascista in cui l’Italia sarebbe poi velocemente precipitata.

Accadde poi che il Presidente del Senato Paratore, per protestare contro quell’anomala procedura che evocava un infausto periodo, fini per dimettersi, con ciò dimostrando che c’erano allora liberali disposti a sacrificare la propria posizione personale sull’altare della tutela delle istituzioni.

La legge finì per essere approvata anche dal Senato, assenti le opposizioni, dopo 72 ore ininterrotte di discussione, con un blitz consumato nel pomeriggio della Domenica delle Palme del 29 marzo, senza neppure un vero e proprio voto di fiducia, con modalità inusitate che provocarono l’abbandono dell’Aula da parte del Segretario Generale e dei funzionari parlamentari, mentre il processo verbale di quella seduta, ultima della legislatura, non fu nemmeno approvato, perché pochi giorni dopo le Camere vennero entrambe sciolte.

Tuttavia, che quello del 1953 non costituiva un precedente restò agli annali del Parlamento, cosicché da allora nessuno più ha osato porre la questione di fiducia su una legge elettorale: non nel 1993, quando venne approvata la legge Mattarella, poi passata alla storia come “mattarellum”; e neppure nel 2005, quando venne approvata la legge Calderoli, poi spregiativamente denominata “porcellum” ad opera della sulfurea ironia di Giovanni Sartori, che aveva tratto quello slogan denominazione che, in un impeto di sincerità, ne aveva dato il suo stesso autore.

Ed è proprio in ragione di questa prassi negativa, non scalfita dal “non-precedente” del 1953 e poi durata per più di sessanta anni, è poi accaduto che la Giunta del Regolamento della Camera, nella seduta del 12 dicembre 2013 presieduta dalla Presidente Boldrini, quando si è trovata a discutere le modifiche al Regolamento, e sulla premessa che compito della Giunta era di proporre all’Assemblea «le modificazioni e le aggiunte al regolamento che l’esperienza dimostri necessarie» (art. 16, comma 3 Reg. Camera), ha convenuto all’unanimità sull’opportunità di modificare in particolare il comma 4 dell’art. 116, inserendovi espressamente ciò che sino allora era rimasto sottinteso, e cioè il divieto di porre la fiducia sui progetti di legge in materia costituzionale ed elettorale.

Sappiamo poi che quella prassi ultrasessantennale è stata infranta una prima volta nella seduta del 28 aprile 2015, quando il Governo Renzi ha posto la fiducia sul progetto di legge elettorale c. d. italicum, e la Presidente Boldrini vi ha consentito, dimenticando la proposta della Giunta del regolamento alla quale lei stessa aveva partecipato; e non diversamente si è comportata pochi giorni fa, il 10 ottobre, sul rosatellum-bis, poi approvato a tamburo battente, appena due giorni dopo.

Se pensiamo alla lunghissima e drammatica discussione del 1953, nel Parlamento di allora, e la confrontiamo con la frettolosa discussione dei giorni scorsi, verrebbe da dire, di questo Parlamento, “quantum mutatus ab illo”. E risulta incomprensibile come, ancora oggi, la Presidente della Camera si ostini ad affermare (come nei giorni scorsi ha fatto in una dichiarazione resa al Manifesto), che quella proposta della Giunta, non essendo stata approvata dall’Aula, non poteva precludere la fiducia sul progetto di legge elettorale, che è come affermare che quel divieto non vigerebbe neppure sulla materia costituzionale, anch’essa non espressamente citata nell’attuale testo dell’art. 116 del Regolamento della Camera.

Insomma, sembra proprio che stia facendo di tutto per dimostrare l’eterna validità dell’antico detto ciceroniano secondo cui “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

Mentre arrivo a comprendere il commento di domenica scorsa di Eugenio Scalfari, il quale non si stanca di ripetere, nei suoi editoriali domenicali su Repubblica, che non crede più (o forse non ha mai creduto) in una democrazia di popolo, e che il suo sistema politico preferito è una sorta di moderna oligarchia, neppure fatta dai migliori, alla quale vanno affidate le sorti del Paese attraverso leggi elettorali che siano funzionali a fare contare sempre di meno i più, e sempre di più i meno.

Grazie no, abbiamo già dato!

Enzo Palumbo, Non mollare 16 ottobre 2017

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