Il silenzio degli onesti

Il silenzio degli onesti

Licenziare gli imbroglioni del cartellino sarebbe il minimo, sebbene l’esperienza dice che non accadrà, ma non basterebbe. In un ospedale non possono mancare 95 presunti lavoratori senza che la cosa sia evidente a tutti. A meno che non si tratti di gente totalmente inutile. In un caso e nell’altro liberarsi di quei lavativi sarebbe un bene, ma non laverebbe l’onta e il problema.

Perché queste cose assumano dimensioni così ampie, perché quei costumi possano essere consueti, occorre che il silenzio degli altri, se volete il «silenzio degli onesti» sia divenuto omertà. O rassegnazione, perché accanto ai profittatori ci sono i lavoratori che subiscono la conseguenza di portarli sulle spalle come pesi morti, pagando anche il discredito che ne deriva. Che la denuncia sia anonima, laddove l’indignazione dovrebbe essere collettiva e pubblica, la dice lunga.

La caratteristica che accomuna tutti questi uffici e corsie, affollati di retribuiti latitanti, è l’essere ufficialmente carenti d’organico, con l’urgente bisogno di assunzioni. Chiedo: l’organico è carente comprendendo o escludendo i fantasmi? Ancora una volta: in entrambi i casi la responsabilità non è solo dei debosciati, ma di chi li comanda, organizza o rappresenta.

In un impasto repellente di lottizzazione partitica e spartizione sindacale. L’impasto che impiomba l’Italia. C’è il governo della sanità, nazionale e locale, che non può chiamarsi fuori. Ci sono i criteri con cui si calcolano gli organici di una realtà da cancellare. Ci sono gli amministratori di questi enti, che se non sanno sono degli incapaci e se sanno sono dei complici.

Tutti loro hanno un’enorme colpa: si continua a controllare i lavoratori degli uffici pubblici (e assimilabili) usando i metodi dei mandriani, supponendo che sia decisivo mantenere unita e circondata la mandria. Gli stessi cartellini e tornelli, che siano benedetti e difesi, servono solo a sapere chi c’è, non cosa fa. A parte che hanno trovato il modo di far finta di esserci e trovarsi altrove, è inquietante che non si riesca a misurare e valutare, quindi anche premiare, la qualità e quantità dei servizi che si producono e forniscono.

Da cittadino, in fondo, me ne importa poco se l’impiegato è in ufficio a fare la battaglia navale o su un campo da tennis. Rischio di preferire il secondo, anche perché il primo, fra un colpito e un affondato, s’industrierà a complicare la vita ad altri. Non esistono uffici inutili, ma centrali d’intralcio.

Siccome li paghiamo, però, vorrei sapere: che fanno, che producono? E siccome ce ne sono tantissimi che sono persone serie e lavorano con dedizione e competenza, vanno premiati. Se non si riesce a valutare il lavoro e il risultato, puntando tutto sulla presenza nel recinto, è perché la dirigenza non sa o non riesce a fare il dovere che le compete.

Lamentano la mancanza di poteri. Magari mancano anche le competenze. Sta di fatto che se chi dirige non risponde dei risultati men che meno ne risponde chi dipende. Così dilaga la nullafacenza e l’irresponsabilità, umiliando e offendendo chi, in quegli stessi uffici, fa ed è responsabile.

Per questo punire e licenziare sarebbe il minimo, ma lontanissimo non solo dal massimo, ma anche dal necessario. In questo, come in tanti altri aspetti della vita pubblica, occorre che alla posizione corrisponda una funzione e a questa una responsabilità. In fondo è banale buon senso. Quello che si è smarrito.

Davide Giacalone, Il Giornale 26 febbraio 2017

Share