Il silenzio degli industriali

Il silenzio degli industriali

Gli industriali e il loro atteggiamento rispetto alle decisioni della politica: l’analisi di Luigi Einaudi in un’editoriale molto attuale sul Corriere della Sera del 6 agosto 1924

Le rappresentanze degli industriali, dei commercianti e degli uomini d’affari si sono finora mantenute in un silenzio così prolungato intorno agli avvenimenti politici più recenti da far dubitare forte se esso non sia il frutto di una meditata deliberazione. Contro lo stato di illegalismo, contro le minacce di seconda ondata, contro la soppressione della libertà di stampa hanno protestato i giornali, i collegi professionali degli avvocati, i partiti politici pure aderenti al governo attuale, come i liberali, ed alta si è sentita ieri la voce dei combattenti. Soltanto i capitani dell’Italia economica tacciono.

Se si discorre con taluno di essi, con coloro che si può supporre rappresentino gli interessi più larghi dell’economia nazionale, l’impressione che se ne ricava non è già quella di approvazione delle esorbitanze verbali degli estremisti del fascismo, e dei frenetici di dittature e di plotoni d’esecuzione. Gli industriali non approvano le minacce; ma, affettando di considerare gli agitati gridatori come degli innocui maniaci, insistono sulla necessità preminente di un governo forte; e ritengono che la tranquillità sociale, l’assenza degli scioperi, la ripresa intensa del lavoro, il pareggio del bilancio siano beni tangibili, effettivi, di gran lunga superiori al danno della mancanza di libertà politica, la quale, dopotutto, interessa una minoranza infima degli italiani, alle cui sorti essi scarsamente si interessano. Prima bisogna lavorare, produrre, creare le condizioni materiali di una vita larga; il pensare, il battagliare politicamente sono beni puramente ideali, dei quali si può anche fare a meno. I più cinici, i più aderenti ad una inconsapevole concezione materialistica della vita aggiungono che val la pena di pagare un tenue tributo di danaro e di libertà, pur di salvarsi dal pericolo del bolscevismo, dell’anarchia, della distruzione della ricchezza. O il regime attuale, con tutte le sue restrizioni alla libertà politica o il bolscevismo. Tra i due, la scelta non è dubbia. Inutili le promesse di una via di mezzo. Fatalmente, la restaurazione dei metodi ordinari di governo parlamentare, della libertà statutaria di stampa, vorrebbe dire ritorno ai metodi giolittiani e nittiani di adulazione e di debolezza verso i partiti rossi. A Kerenski seguirebbe fatalmente Lenin. Vogliamo cadere, chiedono gli uomini della finanza, negli orrori del bolscevismo?

Questa maniera di ragionare diffusissima nelle classi industriali italiane, prova soltanto come ai grandiosi progressi tecnici verificatisi recentemente in Italia non abbia corrisposto un uguale progresso nella educazione politica dei dirigenti l’industria. La nuova generazione sorta durante la guerra sente ancora troppo la modestia delle sue origini e non sa elevarsi al livello a cui le generazioni precedenti, dopo lungo tirocinio, erano riuscite a salire. Nessuno che volga lo sguardo all’avvenire, che non si contenti della tranquillità presente, ma desideri una duratura pace sociale, può ritenere che l’acquiescenza alla dittatura, la rassegnazione alle seconde ondate, la idolatria verso i puri beni materiali siano un terreno fecondo per una vera pace sociale. Non lo credono, qualunque siano le parole che pronunciano a fior di labbra, neppure gli espositori della teoria della rassegnazione. I fatti economici sono complessi; ed è probabile che una reazione di borsa si sarebbe manifestata, dopo le pazzie dei primi mesi del 1924, anche senza il delitto Matteotti; ma la pesantezza delle quotazioni, la diminuzione straordinaria degli affari, lo stento con cui si collocano le emissioni in corso sono senza dubbio l’indice di uno stato di apprensione.

I risparmiatori, quando pensano all’investimento dei loro capitali, sono assai più accorti politici di quelli che si arrogano la rappresentanza dei grandi interessi economici. Hanno avuto paura del bolscevismo ed hanno in quel tempo lasciato cadere le quotazioni a limiti vilissimi. Oggi non temono più l’avvento del bolscevismo; sentono che il clima storico non è più in Italia, come in nessun altro paese del mondo, favorevole a pazzi sperimenti comunisti; sanno che anche i più deboli uomini di governo prenderebbero coraggio contro gli imitatori in ritardo di Mosca, sentendosi forti del consenso della grande maggioranza di coloro che hanno fatto la guerra, delle classi medie ed anche delle schiere migliori dei lavoratori. Temono invece le rivoluzioni a ripetizione, le minacce continue, i colpi di testa farinacciani. Temono la reazione dell’odio accumulato contro le lunghe prepotenze di chi si erige al disopra della legge. Al tempo della licenza, le classi medie risparmiatrici le quali sono le vere fornitrici di capitali ai grandi industriali, si dilettavano a parlar male del parlamento e dei giornali; ma ora sommessamente confessano che, dopotutto, la tribuna parlamentare e quella giornalistica sono preziose valvole di sicurezza contro il malcontento. Tolte queste valvole, che cosa rimane fuorché il contrapporsi di violenza a violenza? Tra i diversi modi di reagire alla febbre bolscevica, le borse, pur composte in maggioranza di adoratori del pugno forte, agiscono – ed è questo soltanto che monta – come se fossero persuase invece che il metodo inglese o francese della discussione, della libera manifestazione del pensiero per mezzo della stampa sia alla lunga più rassicurante del metodo della forza.

Non a torto corre nel mondo dei finanzieri un vago senso di malessere che induce gli speculatori ad alleggerire le posizioni, a stare ad aspettare. Lo speculatore valuta zero il passato. Quel che conta è solo l’avvenire. Si vorrebbe vedere nell’avvenire sicurezza, tranquillità, non imposte con le minacce, ma conquistate con la persuasione. Non pochi temono che l’ondata, rovesciandosi, colpisca in pieno l’industria, considerata responsabile degli eccessi peggiori del regime di coercizione. L’opinione pubblica, è inutile tacerlo, considera in blocco con sospetto gli industriali. Quando si è veduto che i finanziatori del giornale di Filippelli erano grandi industriali, quando si parla correntemente di acquisti fatti a colpi di milioni di quotidiani atti a influenzare o fabbricare la pubblica opinione; quando si vede che i soli giornali i quali abbiano plaudito al decreto sulla stampa sono quelli di cui non sono chiare le origini finanziarie ed i quali hanno d’uopo per vivere, di generosi sacrifici pecuniari dell’alta finanza; quando si ricordano le circolari della confederazione dell’industria e del commercio incitanti a versare fondi di propaganda durante le elezioni a favore del partito dominante, è facile l’illazione: dunque l’industria non può vivere se non provvede a crearsi un ambiente favorevole; dunque il capitalismo trae le sue ragioni di esistenza dalla corruzione, dagli affari conchiusi con lo stato od attraverso i governi; dunque si sopprime la libertà di stampa allo scopo di consentire ai ricchi di sfruttare il popolo con contratti leonini e con protezioni jugulatorie.

L’accusa ed il sospetto non toccano la grandissima maggioranza degli industriali, degli agricoltori e dei banchieri italiani, i quali vivono di un lavoro sano e fecondo. Ma il terribile si è che questa grandissima maggioranza non veda il pericolo a cui va incontro col non separare nettamente le proprie sorti da quelle dei pochi profittatori ed interessati all’oscurità ed al silenzio. No. L’industria italiana non vive di lavori pubblici, non vive di favori governativi; di fatto non è per lo più neppure vantaggiata dalla protezione governativa. L’industria italiana non ha perciò paura del bolscevismo: chi ha le mani nette, chi vive del proprio lavoro, chi è necessario in una organizzazione economica sana, non può essere soppresso. Faccia a faccia con gli operai, in aperto dibattito, l’industriale creatore di vigorose imprese industriali non dovrebbe temere di vedere negata la sua ragion d’essere. Ciononostante egli può commettere suicidio. Per debolezza, per lasciar correre, per non aver fastidi, gli industriali italiani hanno commesso la propria rappresentanza ad alcuni pochi, i quali reputano atto supremo di saggezza comprar la pace giorno per giorno, propiziarsi con tributo adeguato i potenti della terra, ottenere per largizione ciò che avrebbero diritto di pretendere per giustizia.

Stiano attenti i mal consigliati! Se c’è qualcosa che oggi in Italia possa rendere l’animo delle moltitudini favorevole nuovamente a barbare teorie orientali, sconfessate oramai da tutti i capi responsabili del movimento operaio del mondo occidentale, questo qualcosa non è l’attrattiva del vangelo di Mosca; è la repulsione verso le prediche di violenza e di compressione. Gli industriali, i finanzieri, i quali si rallegrano della scomparsa assoluta degli scioperi dopo la marcia su Roma e solo per questo affermano la loro solidarietà ad ogni costo anche cogli estremisti del fascismo, paiono ciechi. Ben fragili sono le fondamenta di mercati finanziari che riposano su un terreno così sdrucciolevole. Non senza ragione i valori di borsa rifiutano di salire più in su. Risaliranno, nel giorno in cui, – essendo pienamente liberi gli operai di abbandonare il lavoro sotto la guida di quei qualunque condottieri, bianchi, rossi o tricolorati, che liberamente essi si saranno scelti – gli scioperi non avranno luogo od avranno luogo in scarso numero perché industriali lungimiranti avranno saputo evitare a tempo la sciagura, con trattative accorte, con sforzi vittoriosi per concedere il massimo possibile alle maestranze, pur facendo vigoreggiare l’intrapresa. Se si ficca lo sguardo in fondo, la preferenza di tanti industriali per la pace sociale imposta dal governo e consigliata dall’amore del quieto vivere. Vogliono lavorare, essi dicono, e non essere seccati da memoriali, da leghe, da discussioni, che fanno perder tempo. Eppure, bisogna rassegnarsi.

Per governare un’industria oggi non basta essere valentissimi tecnici e commercianti accorti. Importa altrettanto e forse più, essere condottieri di uomini. Non si lavora per produrre tessuti o rotaie o frumento, sibbene per creare condizioni di vita sempre più alte per tutti coloro, dai capi ai gregari, che partecipano alla produzione. E tra queste condizioni di vita, insieme col pane, forse più del pane medesimo, va annoverata la dignità di uomo libero. Gli industriali italiani non sono oppressori. L’accusa, che fu ad essi rivolta, è ingiusta. Ma essi devono evitare pur l’apparenza di esserlo. La politica del silenzio, in momenti così drammatici, delle rappresentanze industriali, prende, agli occhi del pubblico, aspetto servile. Non è pericolosissimo far pensare agli operai che il proprio avvilimento sia il prezzo della compiacenza padronale?

Luigi Einaudi, Il Corriere della Sera 6 agosto 1924

Signor Direttore,

Senza entrare nel merito di quanto il sen. Einaudi pubblica nell’articolo dal titolo Il silenzio degli industriali, la prego di darmi atto che il commercio e l’industria genovesi non hanno temuto di manifestare, in forma categorica e precisa, il loro pensiero sulla politica del governo, sull’uomo che lo dirige e sullo spirito che li anima.

Ne è prova l’ordine del giorno votato dall’assemblea del 9 luglio c.a. dell’associazione generale del commercio e industria di Genova, che mi onoro di presiedere. Debbo aggiungere che tale ordine del giorno, di cui omisero la pubblicazione i giornali avversari del governo, fu largamente riprodotto dalla stampa italiana; e che il Popolo d’Italia, nel suo numero del 10 luglio, lo pubblica in neretto, su due colonne, nella sua prima pagina; così che meraviglia sia sfuggito all’attenzione del suo giornale e del sen. Einaudi.

Debbo infine osservare che il nostro ordine del giorno acquista particolare rilievo per il fatto che esso fu votato da un’assemblea imponente, alla quale parteciparono numerose le personalità rappresentative del commercio, dell’industria, dell’armamento, della banca, delle assicurazioni, ecc., e l’ente rappresentativo di tutte le energie produttrici della Liguria nella persona del regio commissario (ex Presidente) della camera di commercio, così che esso può dirsi l’espressione autorizzata di tutte le forze della produzione ligure.

E voglia infine notare che tale ordine del giorno era approvato dopo la lettura di una relazione che espone le ragioni ed i modi della fervida collaborazione che la nostra associazione generale – a cui aderiscono le quattordici associazioni di categoria che costituiscono la rappresentanza del complesso delle attività commerciali liguri – dà e mantiene al governo nazionale.

Ecco l’ordine del giorno:

«L’associazione generale del commercio e industria di Genova, riunita in assemblea ordinaria annuale; memore delle gravissime condizioni verso le quali l’Italia precipitava nell’ora non lontana della disgraziata depressione sociale, morale e materiale, e constatando, ad un anno di distanza dall’ultima assemblea, il sempre progressivo miglioramento delle condizioni del paese, esprime al capo del governo la sua fede incorrotta e la gratitudine delle classi commerciali liguri per l’opera benefica svolta a vantaggio della nazione, che dall’ordine ristabilito e dalle necessarie provvidenze legislative trasse nuove possibilità e rinnovata fiducia nel lavoro; rileva la speculazione che i partiti di opposizione, stretti in ibrida coalizione, hanno tentato di inscenare per fini particolaristici a proposito di fatti deplorevoli, che però non sono nuovi nella storia di altri paesi e per i quali il governo ha già energicamente provveduto; e rinnova al governo nazionale ed al suo capo la sua completa solidarietà, sicura che mercé la loro energia l’impero della legge prevarrà integro contro tutti i faziosi sì, ma anche contro tutti i sediziosi di ogni colore politico».

Confido nella integrale pubblicazione della presente, e, ringraziandola, la prego di gradire i sensi del nostro ossequio.

Il presidente del consiglio direttivo

Cesare Alberti

Si legge in quest’ordine del giorno che l’assassinio Matteotti è un «fatto deplorevole» abbastanza ordinario nella storia dei popoli e di cui non occorre più parlare perché «il governo vi ha già energicamente provveduto». E non si legge, ma chiaramente si intuisce, che le associazioni economiche liguri ritengono che il decreto sulla stampa e quello anteriore sulle associazioni operaie siano normali e razionali provvedimenti legislativi contro i «sediziosi di ogni colore politico» stretti «in ibrida coalizione». Siccome poi l’ordine del giorno non contiene parola alcuna di riprovazione per le milizie di parte, pagate con i danari dei contribuenti, per le minacce di seconde ondate, per i propositi di mutazioni istituzionali, si desume che le associazioni liguri economiche reputano che «l’impero della legge» si riassuma, cominci e finisca nell’«ordine ristabilito» e nella «rinnovata fiducia nel lavoro». Sembra che le associazioni liguri, come purtroppo quelle nazionali, di cui avevo lamentato il silenzio, si siano dimenticate o forse non abbiano mai immaginato che di quella “sicurezza” che è ufficio di ogni governo rispettabile di mantenere ve ne siano diverse specie: vi è la sicurezza dei beni materiali, e vi è la sicurezza dei beni spirituali, vi è la sicurezza dell’industriale e dell’agricoltore e vi è quella del lavoratore.

I governi dal 1919 al 1922 avevano creato un’atmosfera di insicurezza generale, in fondo a cui vi era l’abisso: la reazione fascista ridiede sicurezza nella conservazione dei beni materiali. Riconoscasi questo merito; ma siano gli industriali, i più direttamente favoriti, a riconoscere dal loro canto che essa non basta; che essa è una assai fragile cosa se non sia accompagnata dalla sicurezza del lavoratore di fare l’uso che si crede più opportuno dei proprii risparmi, anche l’uso di sostentarsi durante gli scioperi; se non sia accompagnata dalla sicurezza di ogni uomo nel possesso pieno e libero del proprio pensiero, della propria parola, del proprio diritto di comunicare altrui le proprie idee senza sottostare a nessun controllo di nessuna autorità politica. La proprietà delle proprie braccia da parte del lavoratore, delle proprie idee da parte dello scrittore sono proprietà altrettanto preziose quanto quella dei beni materiali. Messe in forse quelle, anche queste periclitano, anche queste sono alla mercé dell’arbitrio del più forte. Perciò si deve ristabilire l’impero della legge: legge chiara, applicata contro tutti dal magistrato indipendente, senza intromissione di nessuna forza che non sia quella dello stato.

Oggi che hanno conquistato nuova “fiducia nel lavoro”, gli industriali dovrebbero essere i primi a non adagiarsi sulla tranquillità presente; a non chiudere gli occhi sui pericoli da cui sono circondati. Il pericolo non è creato da noi che lo denunciamo; il pericolo è nei fatti, è nella natura umana, è nella impossibilità di imporre silenzio alle forze sociali esistenti, le quali, perché esistenti, hanno diritto di farsi valere. Non sono quattro pubblicisti o uomini politici di opposizione che creano operai, contadini, professionisti, giovani avidi di sapere e di parlare. Queste sono forze sociali esistenti, la cui forza numerica va crescendo appunto coll’ingigantire della vita economica. Voialtri industriali e commercianti siete voi che, dando impulso al lavoro, ai commerci, alle industrie, create i fermenti di novità, mettete l’Italia in rapporto col mondo.

Come potete credere alla possibilità di un’Italia progressiva in economia, la quale rimanga a lungo priva degli istituti fondamentali del vivere civile occidentale, che sono la libertà di stampa, la libertà di associazione, il libero cozzo delle parti politiche, l’alternarsi dei partiti al potere a seconda delle oscillazioni dell’opinione pubblica, l’ordine tutelato unicamente dallo stato imparziale, le pene dispensate dalla sola magistratura? Industriali e commercianti hanno diritto alla tranquillità ed al rispetto dei loro beni; non devono tornare mai più i foschi tempi delle occupazioni delle fabbriche e del disordine continuo nei servizi pubblici. Ma questo diritto al rispetto del loro lavoro e dei loro beni, gli industriali non devono chiederlo alla repressione delle altre forze sociali; devono conquistarselo giorno per giorno con una dura fatica di persuasione e di discussione, dimostrando ogni giorno di essere meritevoli di quella fortuna che è augurabile sempre li assista. Così e non altrimenti si reggono e progrediscono le società civili moderne. Sperare in altre possibilità di vivere tranquillo è pura utopia. Ciò detto all’associazione dei commercianti e industriali di Genova, mi riserbo di occuparmi in un successivo scritto di altre risposte al mio articolo su Il silenzio degli industriali.

Luigi Einaudi, Il Corriere della Sera 12 agosto 1924

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