“Il male peggiore per l’economia italiana? La burocrazia…”

“Il male peggiore per l’economia italiana? La burocrazia…”

Simone Santucci, per labparlamento.it, ha intervistato Carlo Cottarelli sui mali del Bel Paese e sulle ricette per risollevarlo

Carlo Cottarelli, cremonese, classe 1954, è tra le personalità più note del mondo politico ed economico italiano. Dopo una lunga esperienza nel Fondo Monetario Internazionale, nel 2008, è nominato direttore degli Affari Fiscali FMI. Dopo l’esperienza come Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica dirige oggi l’Osservatorio per i conti pubblici dell’Università Cattolica. Ma è lo scorso 28 maggio, quando il Presidente Sergio Mattarella lo incarica di formare un nuovo Governo, che la figura di Cottarelli diviene centrale nella più lunga e complessa crisi istituzionale della storia della Repubblica. Di quello che sarebbe stato il suo Governo, a due mesi esatti dalla sua uscita di scena tra gli applausi della sala stampa del Quirinale, sappiamo ancora poco e nulla ma debito pubblico e crescita, due mantra del Cottarelli-pensiero, sarebbero stati probabilmente (e, inevitabilmente) tra i primi dossier che avrebbe affrontato da Presidente del Consiglio. E da questi temi, con lui, abbiamo deciso di ripartire.

Le recenti dichiarazioni di Di Maio al Corriere della Sera su flat tax e reddito di cittadinanza preannunciano una svolta nella politica fiscale del Governo. Come si conciliano da un punto di vista di bilancio misure così diverse e costose?

La Flat tax è particolarmente costosa, circa 50 miliardi, mentre il reddito di cittadinanza costerebbe attorno ai 17 miliardi. Un totale di 67 miliardi che, per forza di cose, non sono accomodabili in un colpo solo. Mi sembra difficile che importi del genere possano essere finanziati in deficit, bisognerà quindi trovare almeno in parte una copertura. Quello che succederà sarà un aumento graduale del deficit rispetto a quest’anno e credo che il governo deciderà di aumentare il deficit proprio per accomodare alcune spese in aumento e un taglio della tassazione. Non penso che, di per sé, causerebbe una reazione immediatamente negativa dei mercati ma aumenterebbe l’esposizione dell’Italia al rischio di una crisi. Nel momento in cui un qualsiasi shock colpisse l’Italia, ad esempio una recessione in Europa, partendo da un deficit elevato e da un debito pubblico che magari scende troppo poco, il debito crescerebbe di nuovo e tutto ciò farebbe ripartire gli attacchi speculativi. Il problema dell’Italia è che non esiste una “piccola recessione”: se finiamo in recessione riparte il meccanismo della speculazione. Insomma: la crisi sarebbe grave.

L’aumento di oltre 100 punti del differenziale sui Bund tedeschi e la revisione al ribasso della crescita, passata dall’1,5% all’1,3% sono segnali preoccupanti o un piccolo incidente di percorso?

Se il tutto fosse limitato a queste dimensioni sarebbe sopportabile, tuttavia è un segnale di come i mercati reagiscano subito all’aumento del rischio. I mercati sono difficili da prevedere nei loro comportamenti, nell’immediato magari accettano anche la decisione di aumentare il deficit però, al minimo scossone, l’attacco riparte.

Lei ha sempre sottolineato la necessità primaria dell’abbattimento del debito pubblico. Dipendesse da lei, quale sarebbe la prima misura che varerebbe?

Ci vuole una strategia, una strategia di aggiustamento graduale del debito. Congeliamo la spesa, evitando di aumentarla, manteniamola in linea con l’inflazione e in modo costante, senza tagli. Se lo facessimo per tre-quattro anni, risparmiando le maggiori entrate che derivano dall’aumento del Pil, anche con una crescita costante attorno all’1,3%-1,5% , noi ci troveremmo con i conti a posto. Ci troveremmo con il pareggio di bilancio e con un avanzo primario del 3,5%-4%. Non è austerità, perché non si tratta di tagliare la spesa. Se avessimo imboccato questa linea nel 2015, 2016, 2017 e 2018 avremmo ormai percorso buona parte della strada per il risanamento dei conti pubblici. Ma non lo abbiamo fatto, un po’ per spendere di più, e soprattutto per aver tagliato il livello della tassazione. 

Dopo Paolo Savona anche Beppe Grillo si è detto favorevole all’elaborazione di un eventuale “piano B”. Secondo lei serve davvero un “piano B” e quanto ci costerebbe, davvero, uscire dall’Euro?

Se andiamo avanti in questo modo il “Piano B” diventa il “Piano A”. Al primo scossone, così, andiamo sotto. Se non cerchiamo di risanare i conti pubblici, di ritrovare la competitività e se non cerchiamo di ridurre la burocrazia, e rendere la giustizia civile più veloce, è normale che l’Italia sia un posto dove non si investe volentieri. Nel momento in cui si comincia a parlare di “Piano B” non si fa altro che aumentare la percezione che si voglia andare in quella direzione. Solo parlarne sarebbe sbagliato.

Quale sarebbe stato il suo primo provvedimento da Capo del Governo?

Il mio Governo sarebbe stato in carica solo per l’ordinaria amministrazione. Se fossi stato Presidente del Consiglio, ma non con un mandato a termine, avrei ingaggiato una lotta “spietata” alla burocrazia, riducendo i vincoli che rallentano gli investimenti in Italia e che aumentano i costi per le imprese italiane. La burocrazia rappresenta il male peggiore per l’economia italiana. Sarebbe un problema risolvibile, ma con un metodo diverso. Non si può chiedere ai burocrati di “riformare” la burocrazia. Bisognerebbe chiedere anzitutto a 20-30 imprenditori italiani di stilare un elenco delle problematiche maggiori. Non si prenderebbe tutto per oro colato, ma partirei da lì. Solo in seguito chiederei a qualche esperto legislativo di elaborare un testo normativo. Ma guardando attentamente a come viene scritta la riforma della burocrazia che deve risultare chiara a tutti.

Perché la scelta del Presidente della Repubblica, al culmine di una crisi istituzionale senza precedenti, è ricaduta proprio su di lei?

Dovrebbe chiederlo al Capo dello Stato. L’unica cosa che posso pensare è il mio ruolo all’interno dell’Osservatorio dei conti pubblici durante la campagna elettorale. Abbiamo criticato un po’ tutti, in modo neutrale. La stessa neutralità con cui si sarebbe dovuta gestire l’attività del Governo nell’accompagnare il Paese alle nuove elezioni.

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