Il dilemma Turchia e la grande occasione persa dall’Occidente

Nel mare magnum delle cronache economiche e politiche di questi giorni ricorre frequente, anche nei più alti livelli delle istituzioni nazionali e comunitarie, il leit-motiv della presunta “colpa dell’occidente” per gli episodi più disparati. Lo si dice della situazione, disastrosa, della politica migratoria dell’Europa, della tenuta, abbastanza incerta, di alcuni istituti bancari e finanziari e, soprattutto, della costante instabilità politica che, ormai da decenni, caratterizza il medio oriente.

Il fallito golpe turco, tra le mille letture che può offrire ad un osservatore occidentale attento, pone una serie di interrogativi di fronte ai quali l’Europa dovrebbe essere in grado di offrire delle risposte rispetto alle numerose scelte politiche intraprese nel recente passato.

I tentativi da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei, di “esportare” la democrazia, a vario modo e a vario titolo, in Iraq e Libia, hanno provocato una serie di fallimenti che hanno certificato la totale impreparazione delle cancellerie occidentali. I risultati scaturiti dalle rimozioni forzose di due criminali come Saddam Hussein e Muammar Gheddafi hanno infatti generato una situazione politica e umanitaria molto più caotica e pericolosa di quella precedente. Imporre le briglie alle proto-democrazie islamiche, la convinzione di poterle docilmente addomesticare e plasmare ad immagine e somiglianza della nostra maturata esperienza storica ha dimostrato, infatti, quanto errata possa essere questa illusione. La previsione espressa di meccanismi elettorali e di competizioni pur accese tra i vari partiti o fazioni, non basta, di certo, a trasformare molte repubbliche islamiche in autentiche democrazie. E se appare certamente forzoso affermare che non esiste affatto un islam moderato, di contro, si può certamente sostenere come oggi non ci sia, invece, uno stato islamico in grado di soddisfare, a pieno, le caratteristiche basilari dei sistemi democratici a noi più vicini. In un contesto caratterizzato da secoli da religione e radicalismo oltre che totalmente privo di un processo democratico maturo, l’innesto è, purtroppo, destinato a morire velocemente.

Poco prima degli interventi militari in Iraq e del sostegno occidentale alle varie primavere arabe non si era compreso, o ci si era rifiutati di ammetterlo, che con Saddam e con Gheddafi queste nazioni erano riuscite ad esprimere (o meglio, a subire) quanto di meno peggio si potesse offrire in quel momento. Iraq e Libia, nel dopo-dittatura, sono emersi agli operatori internazionali come due stati falliti. Ma lo erano anche prima, solo che le repressioni e lo scorrere dei decenni ci avevano portato a credere che potesse essere diverso. Era, invece, tutto uguale.

A complicare lo scacchiere è, infine, sopraggiunto, pochi giorni fa, il golpe in Turchia, una scintilla accesa proprio nell’unica nazione islamica che ha saputo avvicinarsi, con un certo successo ed una certa credibilità in questi anni, ai principi e ai modelli di democrazia a noi familiari. Una “conversione” resa possibile proprio perché nessuno, dall’esterno, ha avuto mai l’ardire di imporre.

A tal proposito Silvio Berlusconi, nei primi anni duemila, fu uno dei pochissimi leader europei a parlare ed a proporre apertamente l’entrata della Turchia in Europa. Erano anni diversi, si dirà, tuttavia ugualmente caratterizzati dalla grande difficoltà di stabilizzare l’area mediorientale. Ma anche la Turchia era diversa, come diverso era lo stesso Erdogan. Seguendo la proposta di Berlusconi, probabilmente, la Turchia attuale, più che diversa, sarebbe stata migliore.

L’Unione Europea, in quei mesi, era alle prese con il proprio assetto istituzionale, confusa proprio come oggi, su quali fossero davvero i principi che giustificassero la sua stessa esistenza. Si parlava, allora, di introdurre espressamente nella Costituzione europea un riferimento alle radici giudaico-cristiane dell’Europa e molte cancellerie, all’interno di una battaglia che i fatti dimostrarono essere solo di facciata, non furono in grado di giustificare un simile passo in avanti in un frangente già complesso di suo. Fu così che l’Europa fece finta di non accorgersi dei progressi del sistema democratico turco e la Turchia, per la prima volta dopo quasi un secolo, smise di guardare ad occidente per concentrarsi in improbabili ritorni di fiamma sul proprio glorioso passato di potenza a metà tra due continenti.

Il resto, infine, è cronaca di questi giorni: la timidezza e l’imbarazzo con cui i leader europei tentano di condannare la pericolosa reazione di Erdogan al tentato golpe è esattamente la presa di coscienza di un ulteriore fallimento. Un fallimento caratterizzato non tanto dal non aver permesso alla Turchia di entrare nell’Unione Europea ma, più precisamente, dall’aver “congelato” le proprie relazioni con essa, disinteressandosi completamente dei propri progressi in un’area di per sé ingovernabile e sempre più in preda ai fondamentalismi. È questo l’ennesimo treno perso dall’Europa. Auguriamoci che sia l’ultimo.

Simone Santucci

Capo della Segreteria della Fondazione Luigi Einaudi

Il Giornale del 9 agosto 2016

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