Il denaro non è roba per gli economisti. Lasciatelo ai filosofi

Il denaro non è roba per gli economisti. Lasciatelo ai filosofi

Sul denaro si è riflettuto e scritto parecchio nella cultura occidentale. E non poteva essere altrimenti, a ben pensarci: la nostra (ma in verità non solo la nostra) è una civiltà fondata sul commercio e gli scambi, sulle transazioni di ogni tipo. E il denaro è il mezzo con cui gli scambi avvengono. Esso, come moneta, è l’unità di misura del valore delle cose, in cui è convertibile in ogni momento.

Pur così centrale nella nostra vita e fondante per il nostro modo di essere, il denaro non ha però paradossalmente quasi mai goduto di buona fama. È stato considerato alla stregua di “sterco del demonio” nel Medioevo, o esso stesso un diavolo maligno, Mammona, nella Bibbia. Ed è stato poi visto come simbolo dell’odiato sistema economico dalle vaste e varie correnti anticapitalistiche che hanno accompagnato la modernità.

Il denaro per Marx

Karl Marx, che era un grande sperperatore di risorse e che col denaro non sapeva avere un rapporto razionale o di buon senso, lo detestava ma ne era quasi affascinato (ma è in genere tutto il suo rapporto col capitalismo che si muove in questa ambigua duplicità). Il denaro sovvertiva, secondo lui, ogni valore umano e naturale, convertendo radicalmente l’identità o l’individualità di chi ne era possessore: con il denaro tutto si poteva avere o ottenere, come già aveva scritto nei Manoscritti economico-filosofici del 1844. “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella fra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l’effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io sono un uomo malvagio, infame, senza coscienza, senza ingegno, ma il denaro è onorato, dunque lo è anche il suo possessore. Il denaro è il più grande dei beni, dunque il suo possessore è buono: il denaro mi dispensa dalla pena di esser disonesto, io sono, dunque, considerato onesto; io sono stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di ogni cosa: come potrebbe essere stupido il suo possessore? Inoltre questo può comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è egli più intelligente dell’uomo intelligente? Io, che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie deficienze nel loro contrario?”.

Gli inganni del denaro

Di “inganni” parla, a proposito del denaro, anche un interessante libretto pubblicato in questi giorni da Einaudi che raccoglie due contributi di cui sono autori, rispettivamente, uno dei massimi pensatori contemporanei, Johan  R. Searle, che insegna a Berkeley in California, e l’italiano Maurizio Ferraris, teorico del “nuovo realismo” e della “documentalità”, professore e allievo “eretico” di Gianni Vattimo a Torino: Il denaro e i suoi inganni (a cura e con un saggio di Angela Codello, pagine 126, euro 12). Non si tratta però per fortuna, in questo caso, dei presunti inganni o delle presunte malefatte del denaro, che anzi, in qualche modo, viene del tutto affrancato da ogni negatività e viene visto come uno strumento imprescindibile del mondo umano o sociale. Né gli inganni sono quelli, di cui ancora oggi parla una vasta e varia letteratura, additabili a priori al mercato, al capitalismo, al neoliberismo. Gli inganni sono piuttosto connessi a quello che è lo statuto ontologico di questo mezzo di scambio, che si gioca su un terreno elaborato e altamente astratto, tutto intellettuale, simbolico e culturale.

Il denaro inganna, in questo ordine di senso o di discorso, perché segna la capacità dell’essere umano di trasfigurare il reale, creando una realtà di parvenze che è però altrettanto vera e reale di quella solida degli oggetti fisici e dal significato più immediato. La differenza fra i due autori si manifesta nel prevalere in Searle di una impostazione intenzionalista e coscienzialista e in Ferraris di una prospettiva che, in modo abbastanza controintuitivo, e sulle tracce in qualche modo di Jacques Derrida (con cui pure Searle aveva avuto a suo tempo un dialogo polemico), si basa più sulla fisicità di tracce e scritture (“registrazioni” secondo Ferraris) che contrassegnano e anzi definiscono e di fatto fanno sussistere il mondo sociale o umano. Il quale è, per entrambi, un mondo linguistico, tanto che chiedersi come nasca o si formi e evolva il linguaggio significa per loro porre la questione della nascita e struttura della società e di ciò che in ultima istanza ci differenzia e allontana dagli altri animali.

La fiducia alla base del denaro

Il denaro, come per Marx la merce che esso permette di comprare o vendere (ma per certi e rilevanti aspetti è esso stesso merce), è pieno di “astruserie” e “stravaganze metafisiche”. E in questo preciso senso esso è portatore di inganni. Searle ne elenca alcuni, ma poi si chiede se ci sia qualcosa che in ultima istanza sostenga il denaro come, ad esempio, la nostra proprietà può sorreggere una linea di debito, un mutuo o un prestito, che contraiamo con la nostra banca. “).

Ciò che sostiene il valore del denaro – scrive il pensatore americano nel suo contributo Che cos’è il denaro? – è semplicemente il fatto che le persone continuano a riconoscere che il denaro abbia valore e questa è l’unica fonte di sostegno concreto che riesco a immaginare. Il che significa qualosa di molto rilevante: il nostro denaro non è sostenuto, né coperto, da niente. Funziona e svolge le proprie funzioni soltanto perché le persone ne accettano le funzioni e il valore e perché c’è un’accettazione collettiva di un oggetto in quanto denaro e perciò questo oggetto ha una funzione”.

Detto in altri termini, “il denaro esiste soltanto nella misura in cui un’entità è pensata in quanto denaro”. Il mondo economico e finanziario, anche il più sofisicato e astratto come quello che ruota attorno alle borse o oggi alle criptovalute, in quanto fondato sul denaro, è basato in ultima istanza per Searle sulla volontà di ogni singolo uomo e sulla fiducia che ognuno di noi accorda all’altro nell’arena sociale.

Un elemento, questo della fiducia, sulla cui centralità aveva già insistito Adam Smith, e che rappresenta in qualche modo la struttura profonda del rapporto economico e in genere sociale (in questo senso le bolle speculative si riconducono sempre a una contagiosa sfiducia collettiva o generale).

Il Bitcoin e l’essenza del denaro

Proprio però l’avvento di Bitcoin e monete elettroniche, di transazioni che dissolvono la moneta cartacea convertendola in bit elettronici, porta alla luce, secondo Ferraris, quella che da sempre è l’essenza più vera del denaro: non “volontaristica” e “mentale”, come pensa Searle, almeno non in modo logicamente prioritario, ma oggettivistica, materiale, fisica. Più che “epistemologica”, “ontologica” nel suo linguaggio.

È solo per una nostra abitudine irriflessa di stampo coscienzialista, per cui prima ci sono le idee e poi i fatti, che noi siamo portati a pensare che il mondo sociale è messo in essere e costruito da noi, dalla nostra volontà determinata dalle nostre idee. Le singole volontà si adeguerebbero, in questa prospettiva, se non proprio in senso contrattualistico (cioè esplicitabile attraverso la finzione di un “contratto sociale”), certo nel senso di una “intenzionalità collettiva” alquanto misteriosa e, secondo il pensatore torinese, “parente prossima della volontà generale di Rousseau, dello spirito delle leggi di Montesquieu, e dopotutto dello spirito cristiano e hegeliano”.

Ove, stranamente, Ferraris non menziona quello che Friedrich von Hayek ha chiamato “ordine spontaneo” e che risale quanto meno alla “eterogenesi dei fini” di vichiana memoria. Se lo avesse fatto, probabilmente sarebbe stato portato a considerare, a mio avviso, meno misteriosa l’“intenzionalità generale” di cui parla Searle. “Tra un biglietto di carta, una tessera di plastica e la pura memoria non c’è una trasformazione rispetto alla natura del denaro, bensì – ribadisce Ferraris – una rivelazione di ciò che il denaro propriamente è, ossia, registrazione di un valore numerico che, grazie appunto alla registrazione, acquisisce un valore economico”.

Gli oggetti del mondo sociale, gli “oggetti sociali”, sono perciò sempre atti registrati. “La società non può prescindere da iscrizioni e registrazioni, dagli archivi e dai documenti, e soprattutto da quella tecnica delle tecniche che è la scrittura come forma prototipica di registrazione”. Poiché poi l’atto registrato mette in moto sempre un’intenzione, Ferraris dice che in questo modo si supera l’impostazione dualistica che divide corpo e mente, oggetto e soggetto. Non è facile affermarlo, perché probabilmente il rapporto fra registrazione e intenzione, oggetti e idee, non può essere impostato presupponendo un prima e un poi temporale, ma solo in modo dialettico e atemporale.

Pena quel regressus ad infinitum di cui Ferraris parla all’inizio del suo saggio, intitolato Il colore dei soldi (e che sostanzialmente, come lui dice, è riducibile al paradosso che la saggezza popolare esplicita nella domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina”). Ancora più radicalmente, e questo a me sembra filosoficamente il limite di ogni realismo, si dimentica che, oltre l’intenzionalità e la coscienza empirica, c’è la trascendentalità della coscienza assoluta, dell’ Io penso.

Considerare questo ulteriore ambito di discorso porta a interrogare l’orizzonte di senso, o l’ “apertura” per dirla con termine heideggeriano, in cui si inserisce qualcosa come un mondo empirico fatto di soli oggetti: oggetti-cose e oggetti-coscienze. Cioè quel mondo a cui sia Searle sia Ferraris pur sembrano in ultima istanza far riferimento. Non si può comunque che ringraziare i due autori e l’editore per questo piccolo ma significativo libro che ci fa vedere il denaro sotto una luce diversa, ponendoci quelle domande di senso o filosofico che il predominio delle scienze sociali, in primis dell’economia, tendono a oscurare. Con la conseguenza di un grave impoverimento culturale della nostra società.

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