I posti non si creano aumentando il debito

I posti non si creano aumentando il debito

La disoccupazione italiana è, a dicembre 2015, la più alta dal giugno precedente (12 contro il 12,2%).

Quella europea, nello stesso mese, è la più bassa dal 2009 (9,6 contro 9,7%). La nostra disoccupazione è stabile rispetto al mese precedente, novembre, ma in crescita (+0,4) rispetto allo stesso mese del 2015. Quella europea è scesa rispetto a novembre, mentre dal dicembre 2015 sono stati creati un milione e 256 mila posti di lavoro.

Più che staccarci sarebbe il caso di attaccarci, all’andazzo europeo. Tenuto presente che, così come accade per la crescita del prodotto interno lordo, le medie europee sarebbero più alte (e il nostro distacco maggiore), se non comprendessero i numeri italiani, ovvero della seconda potenza industriale e della terza popolazione d’Unione europea.

Non parliamo della disoccupazione giovanile (15-24 anni), che tocca un pazzesco 40,1%, pur in presenza degli effetti (che saranno duraturi) del calo demografico. Dati Istat per l’Italia, aggregati da Eurostat per l’Ue. In tali numeri quello più significativo non è quello che misura i disoccupati, ma gli occupati: in Italia lavora il 57,3% della popolazione attiva.

Sul totale significa che lavora poco più di un italiano su tre. Non solo è la percentuale più bassa fra le economie sviluppate, in Europa e fuori, ma è anche la ragione profonda delle crescita asfittica cui ci siamo condannati, dopo avere vissuto una recessione lunga, doppia e profonda.

Pensare di vedere crescere l’occupazione senza far crescere la ricchezza prodotta, come se questa fosse una torta fissa e si dovesse solo stabilire come diversamente spartirla, supporre che i posti di lavoro si creino con le leggi e non con il mercato porta a varare agevolazioni temporanee i cui effetti sono destinati a sfumare.

Come è puntualmente avvenuto, per giunta facendo colpevole confusione fra riforma del mercato del lavoro e agevolazioni.

Pensare di far riprendere il mercato regalando soldi pubblici presi a debito, in questo modo facendo calare la produttività e crescere il male che ci toglie il fiato – il debito -, è da propagandisti incoscienti. Dare l’impressione che si voglia continuare con tali dottrine porta alla fuga degli investitori e dei finanziatori del debito.

Temporeggiare nel chiudere la gnagnera dello 0,2% di riduzione del deficit (posto che sforiamo dello 0,8), polemizzando con altri europei provoca un solo effetto: l’indebolimento di quanti (Bce in testa) hanno fin qui tenuto aperto l’ombrello che ci ripara dal diluvio speculativo.

In questi dati, brutti, c’è però un’indicazione positiva: allentando le barriere corporative e mollando le rendite di posizione, liberando il mercato e chiamando al lavoro l’esercito degli esclusi, con legioni di donne e di giovani, il motore produttivo italiano potrebbe ruggire. Come in passato seppe fare.

Tornando alla cultura del lavoro e dedicandole la formazione dei giovani, potremmo riqualificare la domanda nel mentre si smette di succhiare fiscalmente il sangue all’offerta di lavoro. Sono giacimenti abbandonati, ma preziosi.

Solo che da noi si parla di come abolire o, almeno, limitare i voucher, impauriti dal loro successo anziché preoccupati dal loro minuscolo peso nel complesso del mercato del lavoro. Si usa ancora il linguaggio bracciantile nel mondo in cui l’elasticità è anche liberazione dalla ripetitività e la formazione aumenta il potere contrattuale del lavoratore.

Pensieri miseri generano miseria, mentre un pezzo del Paese continua a correre e tirare la carretta. 

Davide Giacalone, Il Giornale 1 febbraio 2017

 

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