I mali antichi delle Regioni

Al di là di quanto si possa pensare e di come si debba votare nel prossimo referendum costituzionale, su un punto l’opinione dei cittadini italiani è praticamente unanime: la necessità, per lo Stato, di riappropriarsi di molte delle prerogative incautamente devolute alle regioni nella disastrosa riforma istituzionale del 2001.

A tutti è noto come i liberali abbiano, da sempre, con grande anticipo sul dibattito politico e culturale italiano, denunciato il rischio, puntualmente avveratosi, della moltiplicazione ingiustificata della spesa pubblica. Moltiplicazione perché – sembra incredibile ma è così – senza una vera ragione, da quarant’anni le regioni divorano decine di miliardi di euro. Ingiustificata perché, a fronte della quantità di denaro pubblico speso, i servizi, che come si suol dire, “tornano indietro”, sono financo più scarsi di quanto non fossero nel periodo antecedente a questa maldestra forma di “federalismo”.

Non è di certo un caso che molti degli scandali di questa seconda (e terza) repubblica abbiano trovato il loro humus non più nel cosiddetto “palazzo” ma intorno agli uffici dei consigli e delle giunte regionali, in perfetto parallelismo con l’aumento della spesa pubblica affidata alle Regioni. Dove c’è sostanza, infatti, il rischio aumenta e, attorno alle regioni e ai loro infiniti canali di spesa, di sostanza ce n’è assai. Ce ne sarebbe assai, per citare un leit-motiv di questi giorni, anche nei fondi strutturali europei che spesso le regioni non riescono a spendere nella loro interezza. Già, perché quando si tratta di spendere bene le regioni vanno in crisi e preferiscono perdere quanto gli è stato messo, generosamente, a disposizione.

Servono davvero, dunque, queste regioni? Pare di no. Vale la pena, a questo punto, ricordare con quanta lucidità Giovanni Malagodi, anticipando molti soloni dell’epoca, avvertiva sul rischio dell’istituzione delle regioni. “Oggi le quattro regioni a statuto speciale” diceva il leader liberale nel 1962 (!) preveggente su quanto da lì a poco sarebbe successo con le istituende regioni a statuto ordinario “spendono 135 miliardi, cioè il doppio di quello che spendevano cinque anni fa; e cinque anni fa spendevano tre volte tanto quello che splendevano all’inizio”. Ebbene, se Malagodi e quel gruppo sparuto di liberali, che si opposero fermamente alla istituzione di (quelle !) regioni, fossero stati ascoltati oggi non ci troveremmo di fronte all’incontenibile proliferare della spesa pubblica italiana.

Ma oltre al disavanzo quali sono i dati dei costi complessivi della macchina regionale? Ebbene, pensate che non esiste, a tutt’oggi, alcun dato ufficiale da parte dello Stato che certifichi precisamente quale sia il costo reale della macchina regionale. Questo perché molte regioni, godendo di ampia autonomia di rendicontazione, classificano la spesa della politica regionale sotto le più diverse voci di bilancio. Non solo. Ogni anno, chiunque abbia la buona volontà di analizzare i singoli capitoli di spesa, si è trovato (e, presumibilmente, si troverà) a fare “i conti” con dati incompleti o parziali poiché molte regioni usano pubblicare la propria rendicontazione – se tutto va ben – parecchi mesi dopo la chiusura del bilancio consuntivo e, come se non bastasse, altre (come ricordava qualche anno fa Roberto Perotti), non rendono addirittura disponibili i costi del personale amministrativo.

Al netto di quelle vere e proprie idrovore succhia-soldi che sono le partecipate, autentica giungla all’interno della quale è praticamente impossibile districarsi, lo stesso Perotti nel suo studio ripreso poi dal “Rapporto Cottarelli” sulla revisione della spesa pubblica, quantificava in 17 euro l’obolo che un italiano deve versare per il finanziamento della sola macchina – struttura amministrativa – regione.

Bisogna riconoscere che lo Stato, almeno dal 2011, ha tentato di limitare i costi e, ove possibile, di obbligare a ridurre la spesa. Da alcuni interventi isolati del Governo Monti e del Governo Letta fino alla proposta di revisione costituzionale del Governo Renzi abbiamo assistito, in questi ultimi tempi, ad una timida volontà, da parte dello Stato centrale, di riappropriarsi delle proprie prerogative di fronte ai labirintici sistemi regionali.

Va detto poi che, sovente, questo tentativo da parte dello Stato ha trovato, in assenza di una solida legittimità di intervento sotto il profilo normativo, l’ostacolo insormontabile della Corte Costituzionale che, nello scorso mese di giugno, ha dichiarato incostituzionale parte del decreto 95/2012 sui tagli alla spesa pubblica varato dal Governo Monti nel 2012, perché – si legge nella sentenza – non si prevede “alcuna forma di coinvolgimento degli enti interessati”. Gli enti interessati dalla sentenza, in questo caso, non erano le regioni bensì i comuni ma, sempre la Corte, riferendosi alla violazione dell’art. 119 della Costituzione che prevede “l’autonomia finanziaria di entrate e di spese di comuni, province, città metropolitane e regioni” pone un precedente vincolante anche per chi avesse l’ardire di utilizzare la stessa procedura anche per le Regioni. Senza un “coinvolgimento” degli enti destinatari del taglio è, quindi, secondo la Corte, praticamente impossibile apportare tagli alla loro spesa.

Già a marzo, in realtà, in una sentenza passata quasi del tutto inosservata, la Consulta aveva bocciato il decreto 66/2014 (del Governo Renzi) che prevedeva alcuni tagli di finanziamenti alle regioni perché la disposizione in questione non lasciava alla Regione alcun margine di sviluppo dell’analitico precetto che era stato formulato. Se per ridurre la spesa regionale possa bastare un mero coinvolgimento diretto delle istituzioni interessate – presumibilmente la Conferenza Stato-Regioni – oppure serva un vero e proprio assenso da parte delle stesse è un punto controverso che, a tutt’oggi, rimane non chiarito dalla Consulta. Quello che appare evidente dalla giurisprudenza della Corte delle Leggi è che  “il tacchino, dovrebbe anticipare il Natale”.

Rimane ora da capire cosa ne sarà di queste regioni nel caso in cui al referendum vincesse il si. Non possono sottacersi, in questa sede, alcuni significativi e incoraggianti passi intrapresi dalla “riforma Boschi” come la previsione dell’eliminazione della elefantiaca legislazione concorrente e la previsione espressa della “clausola di supremazia” esperibile da parte del Governo in caso di pericolo per l’unità giuridica o economica del Paese. La domanda è: basterà tutto ciò per curare il “malato” ? Probabilmente no. Se solo si pensi che le Regioni a statuto speciale restano incredibilmente escluse dalla prevista riforma costituzionale

Secondo la Corte dei Conti – la quale ha dovuto tener conto, ancora una volta, dei ritardi nella presentazione dei bilanci – il disavanzo regionale ammonta alla mostruosa cifra di 33 miliardi di euro, praticamente la stessa cifra stanziata per la legge di Stabilità 2016. Per capirci meglio, come ben illustrato da Gianni Trovati su Il Sole 24 Ore riferendosi alle regioni meno virtuose, su ogni cittadino del Lazio grava un debito di circa 1.800 euro, su uno del Piemonte di 1.600 e su uno della Sicilia di 1.200. Il tutto senza dimenticare che gran parte di questo debito è nei confronti dello Stato, il quale, per permettere alle regioni di ripianare il disavanzo pregresso, ha dovuto anticipare alle stesse ben 20 miliardi. In tempi in cui l’accesso al credito per imprese e cittadini rappresenta una chimera non è un dato da trascurare.

Infine, le regioni, sia in caso di vittoria del “sì”, sia in caso di vittoria del “no”, manterranno comunque la legislazione esclusiva su molte materie cruciali e il cui sostentamento (e dispendio) economico non prevede affatto una diminuzione, nonostante alcuni interventi di regulation: la sanità – il cui costo è ormai passato ai libri di storia – è una di queste.

Insomma, la vera sfida che attende le istituzioni è quella anzitutto del taglio netto delle spese e poi quella di un progressivo abbassamento del disavanzo.

Noi liberali, ottimisti come sempre sul futuro, ma critici da cinquant’anni sul sistema delle regioni, saremo ben lieti di assistere e plaudire a quello che, in caso di successo, rappresenterebbe il miracolo italiano 2.0. della nostra storia recente, avvertendo che una reale riforma potrebbe essere la loro trasformazione in strutture di coordinamento e programmazione. Per il momento dobbiamo concludere che di queste Regioni ne possiamo fare sicuramente a meno.

Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Il Sole 24 Ore del 29 agosto 2016

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