Fausto Carioti

“Sarà stato l’inverno tra il 1990 e il ’91, o giù di lì. Un secolo fa, insomma. Quando dalle scale della Luiss che portano ai piani sotterranei (allora le lezioni si facevano in viale Pola) spunta fuori Giovanni Orsina a dire al sottoscritto e a un pugno di amici, tra cui Vittorio Macioce e Gaetano Pellicano, che a Roma c’erano dei pazzi che organizzavano una Scuola di Liberalismo. Siccome noi ci ritenevamo gli unici liberali della Capitale (unica eccezione i nostri maestri lì in accademia, mostri del calibro di Dario Antiseri, Domenico da Empoli, Lorenzo Infantino e Antonio Martino), l’effetto fu ambivalente: shock e rosicamento per la perdita dell’esclusiva, misti a una certa eccitazione simile a quella provata da Robinson Crosue quando scopre la presenza di Venerdì sull’isola (e sì, non eravamo soli, c’era qualcun altro con cui parlare di idee, e non solo di calcio e dell’altro argomento).

I liberali sono realisti per definizione, e quindi refrattari agli entusiasmi. Soprattutto sono animali individualisti, insofferenti al gruppo e ancora di più al gregarismo. Però, vista con gli occhi di oggi, quella platea che a metà degli anni Novanta sarebbe stata riempita da centinaia di ragazzi, iscritti a una scuola costruita artigianalmente nel salotto di casa Morbelli, resta uno dei ricordi più emozionanti dell’epoca. Parlo per me, ma per una volta credo di poterlo fare anche a nome dei miei quattro o cinque amici liberali di allora e di oggi (sebbene l’uso del “noi”, a loro come a me, continui a procurare forti reazioni allergiche: una volta contratto, il virus dell’individualismo liberale tende ad accompagnarti per tutta la vita).”

Fausto Carioti (Vice-direttore del quotidiano Libero)

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