Il ’68, quel mito fatuo ancora tra noi

Il ’68, quel mito fatuo ancora tra noi

Il mito del ’68 è fatuo, il reducismo spesso bugiardo, ma il residuato fossile è fra noi. Potente e impermeabile agli eventuali fasti del cinquantenario.

Il ’68 italiano, del resto, è stato il più duraturo e mentre altrove la pagina si chiuse in un paio d’anni, qui s’è trascinata per lustri. Ancora dura, per certi aspetti.

I leader di allora, i capi del movimento, sono rimasti, a vario titolo, protagonisti della scena pubblica. I più acerrimi nemici del «sistema» si sono dimostrati i più adattabili nell’abitarlo. Avevano capacità e le misero a frutto, applicando a sé stessi l’avanzamento meritocratico.

Per gli altri reclamarono la fine del merito e l’omologazione al ribasso. Esami di gruppo e voti politici hanno conseguito lo scopo di studi universitari non selettivi, in compenso li hanno svuotati.

Cinquanta anni dopo abbiamo il più basso tasso europeo di laureati, un eccesso di lauree inutili, idolatria del valore legale del titolo di studio e blocco dell’ascensore sociale. A tutto danno di chi sta indietro e a tutto vantaggio di chi nasce avanti.

La stagione più tipicamente italiana fu la successiva, quella del ’77. Eco ancora potente del mitico maggio, ma già indirizzata verso l’annientamento: l’autodistruzione della droga e la distruzione del terrorismo.

Si dimentica in fretta, ma il bollettino dei morti era quotidiano, anche senza il contributo di spacciatori nigeriani e bombaroli islamici. Fra indiani metropolitani e P38 si poté misurare lo spessore della disperazione e la follia ideologica.

Si volle l’immaginazione al potere e s’ottennero potenti immaginari

Già, ma come si può dimenticare quell’anelito di liberazione e cambiamento?

Fosse stato urlo di libertà quel che dovrebbe ancora bruciare sulla pelle della memoria sarebbe il fuoco che consumò Jan Palach, a Praga. Estremo atto contro la inevitabilmente vincente invasione sovietica, che stroncò la primavera praghese con una repressione tanto concreta quanto immaginaria quella millantata dalle nostre parti.

Ma non è così. Non è quella la memoria che si ricorda. Piuttosto la Rivoluzione culturale cinese e il libretto rosso, sventolato senza leggerlo. Altra pagina di macelleria, pagata dai liberi e dai giusti, come anche dai normali, mentre i carnefici venivano osannati da presunti militi della liberty e della giustizia.

Quel ’68 appartiene a un mondo che non c’è più, perché senza la guerra fredda non se ne spiegherebbe nulla. La sua storia è tramandata (a dispetto del luogo comune) non dai vincitori, ma dagli sconfitti della storia. Riusciti, però, a essere vittoriosi nella cronaca della propria ascesa.

Il linguaggio di allora fu quello di chi detestò l’occidente democratico e le sue fallaci, imperfette e preziose libertà. Linguaggio tramandato fino all’odierna figliolanza, che persi i miti conserva i riti dei chierici aizzatori, del supporre l’esistenza di domini finanziari occulti, del detestare le istituzioni internazionali della pace e della cooperazione, in nome d’identità popolari immaginarie.

Certo linguaggio della presunta sinistra d’allora si ritrova, impoverito, ove possibile, in bocca a certa destra di oggi. Sempre che abbia un senso parlarne in questi termini.

Si volle l’immaginazione al potere e s’ottennero potenti immaginari. Si diede l’assalto al cielo e si respirò aria fritta. S’era realisti volendo l’impossibile, ma mettendolo in conto ai posteri, sotto forma di debito. Si disse che era proibito proibire, sapendo che consentendo lo sgomitare è il debole a capitolare.

Di quell’impasto resta molto d’appiccicaticcio, fra le mani dei contemporanei. Ma è anche vero che cinquanta anni fa c’era pure chi lavorava e studiava, come ancora oggi c’è. Naturalmente. Non si celebra e non ha ricorrenze, ma il buon senso esiste. [spacer height=”20px”]

Davide Giacalone, Il Corriere della Sera 25 febbraio 2018

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