Einaudi risparmiava l’acqua. Il senso civico è nei dettagli

Dogliani, a casa del primo Presidente della Repubblica un decalogo antisprechi, nella tradizione contadina. In un articolo di Paola Scola sulla Stampa, le regole cli Einaudi per non sprecare acqua

Una lapide nascosta fra i fiori rampicanti, sulla sinistra entrando a Villa San Giacomo, rappresenta una sorta di testamento spirituale di Luigi Einaudi, primo Presidente della Repubblica. Risale a due anni prima della morte, nel 1959. In latino raccomanda ai figli – Mario, Giulio e Roberto – e ai nipoti il decoro per le cose e «per i libri collezionati con grande amore». Quella stessa passione con cui Luigi Einaudi aveva acquistato, nel 1897, a soli 23 anni, la cascina settecentesca dalla vedova del Conte Marenco. Destinata a diventare il primo tassello e poi il cuore dei Poderi Einaudi. Una casa-azienda modello, legata alla cultura piemontese e alla sua parsimonia. Tanto che il Presidente aveva addirittura elaborato un «vademecum» per l’utilizzo dell’acqua in cascina. Che non andava assolutamente sprecata.

Come sa ogni contadino che si rispetti. Come tanti ricordi e cimeli del nonno, Luigi Roberto Einaudi, ambasciatore d’America, figlio di Mario e primo nipote del Capo dalla Stata, ha conservato anche il foglio di cartone, ormai leggermente ingiallito, con le «regole» stampate dal capofamiglia. «È assolutamente proibito lavare qualunque cosa, anche il più piccolissimo fazzolettino da donna», esordisce il «prontuario», a cui tutti dovevano attenersi. «Può far sorridere -racconta con ironia e affetto l’ambasciatore – ma l’acqua era fondamentale per la terra e un buon amministratore doveva esserne consapevole. E tutto in azienda, che era auto-noma e indipendente, doveva funzionare».

«Prima di aprire il rubinetto – recita ancora il regolamento di casa ai tempi di Luigi Einaudi – chiudere il tappo. Lavarsi nell’acqua corrente è uno spreco inutile. Ci si lava bene in poca come in molta acqua». E poi: «Usare i bagni a turno». La conclusione del vademecum, con grande praticità, spiega le ragioni di tanta parsimonia: «Tutti diranno di avere sempre osservate queste regole; ma intanto le due vasche, anche negli anni piovosi, si vuotano sempre troppo rapidamente con grave incomodo per gli ultimi rimasti a casa».

L’acqua era fondamentale per la terra e non sempre sulle colline di San Giacomo era facile averne. E per il Presidente, sottolinea il nipote ambasciatore Luigi Roberto – «bisogna-va dare il nuovo esempio anche nei dettagli», «senza scordare mai l’uomo comune». «Il suo era un legame forte con l’economia, la terra e la gente contadina – prosegue Luigi Roberto Einaudi, nel salone creato dal nonno per ricevere gli ospiti -. Ricordo che gli vidi parlare di lacrime soltanto riferendosi agli agricoltori che avevano perso tutto a causa della filossera: un’emozione legata alla terra perduta». «Quando tornò dalla Svizzera – continua l’ambasciatore -lui aveva la fame di rimettersi a fare qualcosa. E partì dalla terra. Senza mai rinunciare alla modestia essenziale dell’uomo di semplici, ma nobili virtù. Quello che, anche da Capo dello Stato, non ha mai rinunciato a partecipare a una vendemmia a Dogliani. O che, quando venne eletto e doveva tornare per la prima volta in paese, disse ai compaesani: “Non fatemi festa, non comprate piatti nuovi. Ogni contadino venga portando le proprie cose».

Paola Scola, La Stampa del 19 settembre 2016

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