“Ecco i 4 problemi della giustizia italiana…”

“Ecco i 4 problemi della giustizia italiana…”

Sabino Cassese sul rapporto fra giustizia ed economia. I casi Finmeccanica, Consip, Ilva e Tap. Il giudice emerito della Corte costituzionale terrà La Lectio Magistralis conclusiva della Scuola di Liberalismo (per saperne di più, clicca qui)

Può l’imminente campagna elettorale prescindere dalle inefficienze (e ingiustizie) strutturali della giustizia italiana? Il caso Finmeccanica, che ha visto assolti dopo un calvario di sei anni gli ex manager Giuseppe Orsi e Bruno Spagnolini, dovrebbe bastare come risposta. Giustizia è stata fatta, si fa per dire, ma restano cicatrici non indifferenti (per cui nessuno pagherà): ad esempio il danno alla persona, quello alla reputazione di una delle più grandi aziende del Paese, due carriere compromesse e una commessa da 770 milioni di dollari persa. Il copione non è nuovo: la lista delle maxi-inchieste finite nel nulla, precedute da un tappeto di titoli al vetriolo, si fa di anno in anno più lunga. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, preferirebbe invece che la giustizia rimanesse fuori dallo show della corsa alle urne. Intervistato da Formiche.net, ci confida però di avere in mente un’idea ben chiara delle falle del sistema giudiziario. Ecco la sua ricetta per risanarle:

Professor Cassese, il processo Finmeccanica è un caso isolato, o l’ennesima prova di una patologia del nostro sistema giudiziario?

Non è un caso isolato. La giustizia italiana presenta quattro problemi. Primo: procure che avanzano accuse in maniera non meditata, se dobbiamo giudicare dalle risultanze processuali. Secondo: tempi degli organi giudicanti, quindi non delle procure, ma dei giudici, che, soprattutto in casi come questi, dovrebbero raggiungere conclusioni molto più rapidamente. Terzo: opinione pubblica e media, che attribuiscono ad ogni iniziativa giudiziaria un peso e un valore superiori a quello che ha (considerano l’accusa come un giudizio). Quarto: dirigenza politica e parlamento fanno conseguire effetti dall’accusa, invece che dal giudizio. Detto questo, mentre non ci si può non preoccupare dei danni e delle ingiustizie commesse, ci si deve rallegrare che giustizia sia stata fatta, sia pure tanto tardi.

In poche parole, ci si è scordati della presunzione di innocenza.

Quel che conta è il giudizio, non l’inizio della procedura a carico di qualcuno. In uno Stato di diritto va ascoltato il giudice, non l’accusa che inizia la procedura. In questo caso, oltre ai danni materiali, è stata offesa la dignità di persone, un valore tutelato dalla Costituzione.

C’è anche una responsabilità di una parte del sistema mediatico, che da vita ai processi di piazza con un avviso di garanzia.

Bisogna considerare l’insieme dei problemi: procure, giudici, giornalisti, opinione pubblica, politica. Ci sono, in particolare, i tempi. In qualche caso, le procure hanno rallentato o non sollecitato l’attività giudiziaria, aggravando il danno, perchè, intanto, per anni vi sono state persone sotto accusa senza processo.

Un caso che ha occupato per mesi l’agone politico è quello dell’inchiesta Consip. Anche lì c’è stata una certa commistione fra sistema giudiziario e giornalistico.

Vi sono interazioni che vanno al di là della libertà di informazione. Un pò di self-restraint da parte dei giornali e dei media sarebbe necessario.

Nel caso Finmeccanica, dicevamo, c’era in gioco un’importante commessa per il sistema Paese. Lo stesso vale per l’Ilva di Taranto, dove un ricorso al Tar ha rischiato di vanificare l’investimento di Arcelor Mittal. Si può tracciare una linea dell’azione giudiziaria sulle scelte di merito della pubblica amministrazione?

Non mi esprimo su singoli casi, che non conosco. Non penso che si possa tracciare una linea di confine in astratto. Occorre evitare clamore mediatico intorno a inchieste che non sono ancora giudizi e che finiscono per mettere in luce procure, talora sollecitando ambizioni personali, con successive gratificazioni politiche e passaggi dalla giustizia alla politica. I casi recenti sono tanto numerosi e clamorosi che non c’è bisogno di fare esempi. Inoltre, spesso le procure dimenticano che ad agire sono stati uffici statali dotati della necessaria competenza.

Ad esempio, in materia di tutela ambientale.

Ci sono strutture idonee a valutare materie come questa: ad esempio, il ministero dell’Ambiente. C’è un atteggiamento che il corpo giudiziario dovrebbe rispettare nel suo insieme, che gli americani chiamano “deference”, che non vuol dire deferenza, ma rispetto dell’opinione degli esperti.

A proposito di ambiente, Massimo D’Alema ha chiesto alla procura di Lecce il “sequestro preventivo” del cantiere e la sospensione dei lavori per il gasdotto Tap.

Un passo coerente con l’affidamento della leadership dei movimenti di sinistra a un procuratore. Naturalmente, ci si potrebbe chiedere se le grandi decisioni collettive debbano essere nelle mani di Parlamento e governo o in quelle della giustizia.

Come funziona, nel suo complesso, la giustizia italiana?

La maggior parte delle procure italiane funziona bene. Dove sono necessarie correzioni, dovrebbe intervenire il Consiglio superiore della magistratura, che dovrebbe stare più attento ad alcuni comportamenti che eccedono la normale diligenza. C’è, poi, la questione tanto discussa dei tempi dei giudizi.

Cosa pensa della riforma della giustizia del governo Renzi?

È un passo nella giusta direzione, ma bisogna fare di più. Perché questo avvenga deve essere coinvolto l’ordine giudiziario. Le riforme non si possono imporre. D’altro canto, è necessario un atteggiamento meno difensivo, o corporativo, dell’ordine giudiziario. I tempi della giustizia italiana provocano una fuga dalla giustizia.

Sulla separazione delle carriere si può fare di più?

Non si tratta di separazione delle carriere, ma dei poteri. L’ordine giudiziario è configurato dalla Costituzione come potere separato, tant’è vero che si può stabilire per legge il divieto di iscrizione ai partiti. C’è da auspicare che alle prossime elezioni le forze politiche non mettano in lista magistrati o procuratori.

Giusto riformare il sistema delle intercettazioni?

Su questo punto c’è un consenso quasi unanime. Le intercettazioni sono state spesso considerate come una forma di controllo popolare sulla vita delle persone.

Secondo lei la giustizia deve ricoprire una parte importante dei programmi politici nella prossima campagna elettorale?

Auspico che nella campagna elettorale si discuta di politica, non di giustizia. Questo tema va affrontato nelle sedi opportune, il Consiglio superiore della magistratura, il parlamento, eventualmente commissioni parlamentari di inchiesta conoscitiva. La giustizia è un tema che discende dalla Costituzione, non può essere oggetto di dibattito popolare, né tantomeno essere trascinata nella polemica pre-elettorale.

Quali sono i prerequisiti per un sistema di giustizia ben funzionante?

Pochi. Innanzitutto la tutela dello Stato di diritto. Poi processi che si concludano entro un anno, evitando di sottoporre qualsiasi questione alla Corte di Cassazione. Non parliamo di un’opera immane, è relativamente semplice.

Francesco Bechis, Formiche

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