De pressione fiscale

Il rapporto annuale Ocse rivela quel che sapevamo già: l’italia, per aliquote e procedure, è un inferno fiscale. Il commento di Davide Giacalone e l’infografica sulla pressione fiscale che ci vede tra i Paesi con il fisco più oneroso al mondo

Esiste una misura ideale della pressione fiscale? Che so: il 25, 40 o 60% del prodotto interno lordo? No, non esiste. Si può, almeno, affermare che sarebbe bene fosse bassa ed è un male sia alta? Nemmeno.

Ma altre cose si possono dire. E sono quelle che contano.

Intanto è dissennato sprecare una quota enorme del gettito, quindi dei soldi del contribuente, per pagare il prezzo del debito pubblico.

Ma occhio alla ragione per cui non lo si abbatte, come sarebbe ragionevole fare: chi governa, oramai quasi senza distinzione di schieramento, non riesce a dire che si devono pagare più imposte e tasse, perché sa bene che sono già troppo alte, ma non riesce neanche a comprimere la spesa pubblica, perché così vasta da essere divenuta più forte di chi l’amministra, allora non gli resta che una via: deficit e debito.

La sola cosa certamente sbagliata, ovvero buttare soldi per pagare il solo costo del debito, si continua a farla perché non si sa come spiegare e praticare la via opposta. Allucinante. 

Veniamo alla pressione: se la spesa pubblica è buona, nel senso che fornisce servizi di qualità, ritenuti necessari, e finanzia investimenti altrimenti negletti dai privati, il gettito fiscale che la alimenta può essere anche alto, ma generatore di felicità e ricchezza.

La nostra condizione è opposta: gli investimenti sono stati quasi del tutto cancellati dalla spesa pubblica, mentre i servizi sono intesi come occasioni per dispensare stipendi, generando insoddisfazione e povertà.

Se oltre a paragonare i livelli percentuali si prende in considerazione la realtà effettuale di quel che quella spesa produce, c’è da piangere.

Avete presenti gli studenti italiani, che più si trovano in zone disagiate e più si ritrovano analfabeti e diplomati? Ecco, quella roba lì.

Non bastasse questo, c’è un altro aspetto: mano a mano che la spesa pubblica si allarga, trascinando con sé la crescita della pressione fiscale, cittadini e imprese si specializzano non nella creazione di ricchezza, mediante investimenti e lavoro, ma nello scavare canali per far affluire nelle proprie tasche quel che defluisce dal grande fiume della spesa.

Ed essendo quell’acqua la metà di quanta se ne rende disponibile, il loro lavoro d’erosione degli argini è più che ragionevole. Con il che, però, la spesa pubblica non solo ha un effetto disfunzionale, ma anche un ruolo corruttivo.

No, non esiste un livello ideale di pressione fiscale e spesa pubblica, ci sono situazioni in cui va allargata e altre in cui va ristretta. Ma si capisce subito quando è troppo poco e quando è troppo, perché se ne vedono le conseguenze. Da noi, e da molti anni, è tropperrimo.

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