Costretti a tifare per Hillary

Chi l’avrebbe mai detto? Ad eccezione dei simpatizzanti dei movimentiautoritari o comunque illiberali detti impropriamente populisti ( per lo più amici della Russia di Vladimir Putin) , in Europa siamo costretti , senza particolari differenze fra destra e sinistra, a tifare per l’establishment, per la casta , per la «terribile» Wall Street affamatrice dei popoli, per il big business, insomma per Hillary Clinton. Tenuto conto dei fortissimi sentimenti antiestablishment che percorrono l’Occidente, America inclusa, Clinton è sfavorita. Deve rincorrere Donald Trump sperando di farcela per una manciata di voti. La prima donna candidata alla Presidenza, certo, ma anche il volto più rappresentativo dell’odiato establishment. Le sue , comprensibilissime, contorsioni ( fare le più ampie concessioni, nel programma, al radicalismo sociale di Sanders, scegliere un vice-presidente che parli sia agli ispanici che all’elettorato moderato) segnalano la sua debolezza. Platealmente messa a nudo, all’inizio della Convention democratica di pochi giorni fa , dai fischi che alcuni sostenitori (o ex sostenitori) di Sanders gli hanno riservato per il suo appoggio a Clinton. Niente di strano, in realtà. Gli elettori di Sanders sono altrettanto isolazionisti e protezionisti di quelli del candidato repubblicano . Molti di loro, forse- o così dicono i sondaggi- voteranno per Clinton (turandosi il naso)..

Almeno se la «missione», quasi disperata, della Convention, la quale consisteva nel tentativo di umanizzare un po’ agli occhi degli americani l’antipatica Hillary (soprattutto grazie ai discorsi dei coniugi Obama e di Bill Clinton), avrà avuto successo.

 La partita che si sta giocando è stata perfettamente riassunta da Trump: «americanismo» contro «globalismo». Significa, niente meno, che ciò che è in gioco in queste elezioni è la (declinante ma ancora vitale) Pax Americana , di cui la cosiddetta globalizzazione è figlia, quell’egemonia mondiale che, dopo il 1945, si è incarnata in un insieme, complesso ed elaborato, di istituzioni internazionali, e che per settant’anni ha assicurato al mondo occidentale pace, prosperità, democrazia. All’Europa ma anche agli Stati Uniti: se è vero, come è vero, ciò che ricordava anni fa un grande scienziato politico, Samuel Huntington, ossia che il benessere e la stabilità democratica dell’America hanno uno stretto rapporto con quella egemonia.

Se la Presidenza Obama ha rappresentato il tentativo di un compromesso fra il tradizionale ruolo egemonico degli Stati Uniti e le correnti isolazioniste, di nuovo in crescita in quel Paese nel mondo post-guerra fredda, Trump segnala che l’argine sta crollando: «americanismo» significa, almeno in linea di principio, una America che si chiude in se stessa, che manda al macero sia il sistema internazionale di libero scambio sia le alleanze militari da essa costruite dopo la Seconda guerra mondiale. Per effetto del protezionismo economico e dell’isolazionismo politico rivendicati da Trump e dai suoi sostenitori. «Americanismo» significa anche che se gli interessi americani venissero minacciati, Trump non rinuncerebbe a colpire i suoi nemici ma ciò avverrebbe in un quadro diverso da quello del passato: niente più Pax Americana (o «Impero americano», come l’hanno sempre chiamata i suoi nemici). Ci sarebbe ancora una grande potenza militare ed economica, non ci sarebbe più un ordine internazionale sostenuto e guidato da quella potenza. L’America di Trump punterebbe a un accordo con Putin. È facile capire che si tratterebbe di un accordo sulla pelle dell’Europa.

Non è detto, naturalmente, che in caso di vittoria del candidato repubblicano queste cose si realizzino tutte e presto. Ma la direzione di marcia sarebbe quella. Ciò potrebbe non dispiacere a coloro che, qui in Europa, hanno sempre avversato gli Stati Uniti. Spaventerebbe invece quelli che pensano che la Pax Americana sia l’unico argine disponibile, per quanto fragile, a tutela della pace nonché un’assicurazione contro la possibilità che anche in Europa si diffondano di nuovo le tirannie.

Se vincerà Clinton, il quadro cambierà sensibilmente. Anche lei dovrebbe fare concessioni allo «spirito del tempo»: le spinte protezioniste e isolazioniste così diffuse in questa fase in America. Ma Clinton è tuttavia figlia di un’altra tradizione (tipicamente democratica) che ha sempre difeso il ruolo dell’America come «nazione indispensabile», che non abdicherebbe mai alla leadership. In questo senso Clinton è anche diversa da Obama. La sua politica estera, presumibilmente, sarebbe più assertiva, più presente e attiva nelle crisi internazionali di quella del Presidente uscente. Sarebbe anche, contro Trump, una politica di amicizia con l’Europa e ostile alla Russia (le accuse di Clinton a Putin per le mail democratiche rubate la dicono lunga, in caso di vittoria democratica, sui futuri rapporti russo-americani).

C’è chi pensa che la fine della egemonia americana sia inevitabile. Forse è vero. Forse non lo è. E forse lo è ma con tempi più lunghi o più corti a seconda delle scelte dei futuri Presidenti. C’è molta involontaria ironia nell’atteggiamento di quegli europei i quali, credendo che l’unica cosa che conta in politica sia la distinzione fra sinistra e destra, dopo avere criticato per tutta la vita la leadership mondiale degli Stati Uniti, oggi tifano apertamente per il mantenimento di quella leadership, ossia per Clinton contro Trump. Raccontando a se stessi di avere fatto una scelta di sinistra. Non è una scelta di sinistra. È solo la scelta giusta.

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