Cosa dovrebbe essere (e non è) il ministero dello Sviluppo

Cosa dovrebbe essere (e non è) il ministero dello Sviluppo

paganiniQuale futuro per il ministero dello Sviluppo economico (MISE)? L’uscita anticipata della ministra Guidi impone una serie di considerazioni a fronte anche degli scarsi risultati che il governo sta ottenendo sul fronte delle politiche industriali. Da più parti, compreso chi scrive, si avverte l’urgenza di elaborare un piano di sviluppo per rilanciare la produttività. Le riforme, a prescindere dal merito, servono a poco se non sono inserite in un piano complessivo di azioni che includano la missione che governo e Paese vogliono perseguire. Il primo ministro vuole cambiare verso all’Italia ma non sembra avere ben chiaro come. Il MISE era il luogo deputato allo sviluppo economico. Non lo è più, come lucidamente argomenta Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera. Ha ragione, un sottosegretario è più che sufficiente per i compiti attuali del ministero. Il problema resta: l’Italia ha disperato bisogno di un progetto di sviluppo che a fronte dei cambiamenti in atto a livello globale, della competizione e dell’evoluzione tecnologica, esprima la visione sul futuro, gli obiettivi che si vogliono raggiungere, i settori e gli investimenti su cui puntare, e quindi gli strumenti necessari, come la qualifica dei lavori che si vogliono creare e la formazione che ne è alla base. È su questo progetto che gli investitori scelgono se indirizzarvi le loro risorse, e i cittadini se sostenere il governo con il voto. Così fanno le imprese, così per tutti i Paesi, che nonostante le difficoltà del momento storico, creano occupazione, crescono e prosperano. Di questi piani l’Italia si è dotata fino ad un certo punto della sua storia repubblicana, poi ha pensato di farne a meno. Ha proseguito campando alla giornata. Sicché oggi ci troviamo un governo, come i precedenti, che sopravvive grazie a provvedimenti estemporanei i cui esiti sono di brevissimo termine, e pressoché scarsi (si veda il Jobs Act).

La strategia di cui un Paese si dota è il punto di riferimento delle riforme, e non viceversa. È ormai assodato che il nostro sistema produttivo sta attraversando una profonda crisi esistenziale che va ben oltre la recessione globale o le follie del mercato finanziario. Dobbiamo scegliere se rimanere un Paese fondato sulla manodopera a basso costo, o perseguire con decisione la via dell’innovazione e quindi dei lavori che richiedono competenze intellettuali elevate. Dobbiamo scegliere se vogliamo restare ai margini di chi fa innovazione e quindi rinunciare al benessere raggiunto o se vogliamo diventare leader e quindi anticipare i grandi cambiamenti globali e tecnologici. Al momento siamo molto indietro, eppure non ci manca il potenziale, come alcune imprese dimostrano. Anche il MISE, come il MIUR, e altri ministeri chiave, dovrebbe essere ripensato. Andrebbe forse trasformato in un’agenzia che – liberatasi dei burocrati (Giavazzi) – si occupi di comprendere e anticipare le traiettorie dello sviluppo globale e monitorare la situazione nazionale per comprendere le tecnologie su cui scommettere, i settori in cui investire e attirare investitori, e verso i quali orientare la scuola per formare le nuove professioni. Il nuovo MISE dovrebbe esprimere il progetto politico che ciascun Governo vorrebbe perseguire (l’ideologia di una volta) e allo stesso tempo guidare le riforme e tutte le attività che si vogliono implementare per lo sviluppo del Paese. Non si può riformare il lavoro senza avere una vaga idea delle qualifiche che si vogliono coltivare, così come non si può riformare la scuola e favorire l’alternanza scuola/lavoro senza un progetto industriale (digitale oggi) ben delineato. Prima di insediare un nuovo ministro sarebbe opportuno riqualificare il MISE. Confidiamo poi, in un piano industriale.

pietro paganini 2
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