Contratto di governo: va in scena il nuovo statalismo

Contratto di governo: va in scena il nuovo statalismo

I commenti apparsi sulla stampa dopo la pubblicazione della versione finale del “contratto per il governo del cambiamento” si sono focalizzati sulla genericità e talvolta contraddittorietà del documento, nato dalla fusione di due anime, quella dei 5 stelle e quella leghista. Insomma, il contratto non sarebbe caratterizzato da una sua identità, se non da un generico desiderio di cambiamento. Che il contratto rifletta un compromesso tra due anime è evidente. Ma esiste secondo me un chiaro elemento unificatore e riguarda il ruolo che lo Stato dovrebbe avere nella nuova Italia «pentalegata».

Il contratto prevede un chiaro rafforzamento del ruolo dello Stato nell’economia, in aperta rottura con gli sviluppi degli ultimi due-tre decenni in cui nei principali Paesi avanzati lo stato era arretrato rispetto al mercato. Beh, non è che nel nostro Paese il mercato abbia poi fatto mai tanta strada. Se da un lato si privatizzavano molte imprese a livello nazionale, dall’altro il «capitalismo degli enti locali» cresceva a dismisura (con le sue oltre 10.000 società partecipate).

Anche a livello nazionale, la Cassa Depositi e Prestiti ha pian piano ampliato il proprio ruolo come gestore di imprese. E la prescrizione, introdotta nel 2009, di provare ogni anno una legge sulla concorrenza ha prodotto una singola legge, quella del 2017 , legge peraltro annacquata dal Parlamento rispetto alla versione iniziale. Insomma, non proprio un trionfo del liberismo.

Ma la novità è che il contratto pentalegato si muove decisamente in senso opposto, verso un allargamento del ruolo dello Stato nell’economia e una deresponsabilizzazione dell’individuo.

Facciamo qualche esempio.

Quello più evidente è l’accettazione del principio del deficit pubblico come motore della crescita attraverso più «investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie». Il contratto comporta aumenti di spesa pubblica di oltre cinquanta miliardi. Poi però, visto che lo Stato, oltre ad essere presente, deve anche essere generoso viene pure previsto un taglio massiccio della tassazione attraverso la flat tax, la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva e tagli alle accise, con un potenziale effetto complessivo sul deficit tra i 110 e i 125 miliardi di euro a regime.

Il contratto non dice quasi nulla sulle coperture: si prevede una copertura attraverso tagli degli sprechi (quali?) una miglior gestione del debito pubblico (come?) e un aumento, e questo è il punto, del deficit, anche se «appropriato e limitato» (che significa?) come dice la versione finale del contratto. Ma questo è solo l’inizio.

Troviamo nel contratto tante altre cose che ampliano il ruolo dello Stato nell’economia.

C’è la banca per gli investimenti, che dovrebbe fra l’altro effettuare finanziamenti all’innovazione «con il fine di perseguire le politiche di indirizzo del ministero dell’economia e delle finanze». Sempre nel settore finanziario, c’è l’intenzione di mantenere il Monte dei Paschi di Siena nell’area pubblica («lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission… in un’ottica di servizio»). C’è lo Stato che interviene in soccorso di chi sembrerebbe penalizzato dalle logiche di mercato, compresi gli azionisti delle banche (che verrebbero esclusi da un eventuale bail-in) , e, naturalmente chi non ha un reddito superiore ai 780 euro e che quindi riceverebbe il reddito di cittadinanza (fra l’altro, al contrario di quanto da alcuni giornali, il contratto non prevede che il diritto al reddito di cittadinanza duri solo due anni; la formulazione è poco chiara ma sembrerebbe che i due anni si riferiscano al periodo di tempo entro il quale tre offerte di lavoro possono essere rifiutate prima che il diritto al reddito venga meno; dopo due anni si riprenderebbe quindi a contare il numero dei rifiuti). Il contratto promette anche di ridurre al minimo la compartecipazione dei cittadini alla sanità, anche di quelli che magari potrebbero permettersi di pagare qualcosa.

È anche interessante notare quello che c’è. Non si parla di concorrenza come elemento essenziale per migliorare l’efficienza economica. Anzi si considera necessario superare gli «effetti pregiudizievoli per gli interessi nazionali derivanti dalla direttiva Bolkenstein» (sulla liberalizzazione del mercato dei servizi). Il contratto non parla quasi mai di merito: dove è andata la proposta dei Cinque stelle di creare un ministero della meritocrazia?

Ora, non sarò certo io a sostenere la sacralità del mercato. Il mercato va regolato per evitarne gli eccessi. Ma qualche domanda me la pongo. Possibile che l’Italia non possa crescere più rapidamente se non facendo più deficit pubblico? Non è pericoloso riporre troppa fiducia nella dello Stato di risolvere tutti i problemi? Non si finisce per proteggere posizioni di rendita se non si aumenta la concorrenza? È una buona idea tornare alle banche pubbliche? Cosa eviterà il loro uso come strumento di interessi politici particolari, come accaduto in passato?

Perché quelli che fino a pochi mesi fa avevano ripetutamente criticato la mala gestione delle oltre 10.000 società partecipate dagli enti locali, ora intendono estendere la partecipazione pubblica a livello nazionale? Un reddito di cittadinanza a vita è appropriato? Non scarica sullo Stato l’onere che gli individui dovrebbero avere di cenarsi un lavoro? E, perché se una banca va bene i piccoli azionisti dovrebbero incassarne i profitti, ma se la banca va male deve essere lo Stato e quindi tutti i contribuenti a pagarne le conseguenze?

Carlo Cottarelli, La Stampa 22 maggio 2018

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