Conto (bancario) alla rovescia

Il tempo sta per finire, anche se dalle nostre parti prima lo si è perso e ora si prova a prenderne. Il conto alla rovescia inizia da dove il tempo è stato comprato, con effetti utili, ma sprecati: dalla Banca centrale europea. L’ultimo suo bollettino s’interroga sulle ragioni che fiaccano la crescita, nonostante il denaro costi pochissimo. La risposta è: cresce meno chi ha istituzioni e amministrazione pubblica peggiori. L’Italia non guida la classifica dei deficienti, ma solo perché la Grecia sembra esistere solo a questo scopo. Alla faccia del verso cambiato e delle riforme già fatte. Si ascolti il tic-tac bancario e non ci nasconda dietro un dito.

1. Fra l’esito degli stress test e l’ottovolante in Borsa non c’è relazione. La solidità innanzi ai possibili traumi è una cosa (anche se si dovrebbe smetterla di far credere che il rischio sia riassumibile in un indice), il deperimento per mancanza di crescita è cosa diversa. Solo in preda agli allucinogeni, poi, s’è potuto scrivere che quei test avevano promosso il Monte Paschi di Siena, posto che lo avevano bocciato.

2. Le banche punite dalle Borse sono di diverse nazionalità. In testa le tedesche, poi le svizzere. Ma se si parla di sistema bancario nazionale nel suo complesso, il nostro è quello più colpito, nonostante alcune banche italiane siano fra le più solide d’Europa. Perché? Perché le cattive istituzioni creano cattivi mercati: la ripresa è solo nei titoli dei giornali, mentre continuiamo a crescere assai meno degli altri e solo grazie alla spinta Bce; la giustizia civile è una fetecchia e per riprendersi crediti non onorati ci vogliono tempi non compatibili con il mercato; quella penale non ne parliamo, dato che arrestano vertici bancari dopo un anno dal fallimento e dieci anni prima delle (eventuali) sentenze, mentre ancora non sappiamo come si riesca a volare fuori dalle finestre del Mps.

3. Con queste premesse si torna da dove non ci siamo mai mossi: prima con la speculazione sui cambi (quando ancora non c’era l’euro), all’inizio anni ’90, poi con quella sui tassi d’interesse, sei anni fa, ora con le banche, ogni volta che la speculazione punta su una debolezza continentale picchia dove le ferite sono meno curate. E noi siamo lì, a farci menare pur di non cambiare, pur di reclamare l’“elasticità” che serve a conservare l’andazzo anziché invertirlo.

4. La sola cosa che ci appassiona è trovare un colpevole, il più lontano possibile da noi. Qualcuno cui dare la colpa. Esemplare Matteo Renzi, quando dice: dobbiamo evitare quella cosaccia del bail in, che ci costringerebbe a chiedere i soldi ai cittadini (falso: agli azionisti e a chi ha prestato denaro) per poi mettere quelli pubblici nelle banche. Di chi crede che siano, i soldi pubblici? Dietro questa affermazione c’è un universo culturale, causa e frutto dei nostri mali. Quando le banche crollano è colpa di chi non ha vigilato, quando vengono indotte alla sicurezza è colpa di chi vigila e impedisce il credito. Da ricovero. Tutto per non dire che l’economia nazionale stagna quando non recede e tanto credito è stato erogato agli amici degli amici, profittatori falliti entrambe.

5. Poi c’è la comicità macabra, con i governanti che dicono: useremo soluzioni di mercato. Intendono: i soldi delle altre banche. Solo li sollecitano ogni dì, come capita con il fondo Atlante e gli investimenti delle Casse previdenziali, così quel che sarebbe di mercato diventa di Stato. Con tre portentosi risultati: non funziona, lega la sorte dei migliori ai peggiori e viola le regole.

Ecco alcuni motivi per cui la speculazione picchia sulle banche italiane. Ma la cosa orrida è che si pensa di fermarla a chiacchiere, supponendo che gli altri siano tutti scemi e diffondendo il sospetto che sia chi parla ad avere deficit cognitivi.

Davide Giacalone, Il Giornale del 4 agosto

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