Collegi piccoli, rappresentanza vera

Se l’Italicum vedrà mai la luce sulle schede elettorali è, senza dubbio, l’interrogativo più forte del dibattito politico di questi giorni. Il confronto, piuttosto acceso, all’interno del Partito Democratico, ha partorito in queste ore una interessante proposta di correzione della vigente legge elettorale.

Eliminazione del ballottaggio e conseguente turno unico in collegi uninominali, piccolo premio di maggioranza, un ancor più modesto riconoscimento alla prima minoranza e un diritto di tribuna (23 seggi proporzionalmente ripartiti) per le forze politiche minori, sono le principali caratteristiche della nuova proposta, subito ribattezzata sartorianamente “Bersanellum”. Tale bozza prevede un meccanismo che richiama sostanzialmente il vecchio “Mattarellum”, legge elettorale che, pur tra i suoi difetti, ha garantito un buon grado di governabilità durante la sua vigenza dal 1994 al 2005 e che prevedeva un 75% di parlamentari eletti con maggioritario puro e un 25% di residuo proporzionale che di fatto rappresentava, grazie al complesso meccanismo dello scorporo, un vero e proprio salvacondotto per i piccoli partiti.

La novità più clamorosa è tuttavia la riscoperta, da parte della sinistra-dem, di una predilezione per i piccoli collegi; una sorta di conversione, chissà quanto consapevole, ai principi e alle idee in materia di Luigi Einaudi. Rispetto alla previsione dei grandi collegi e dei 6-7 parlamentari eletti una volta in vigore l’Italicum, il sistema dei piccoli collegi restituirebbe all’elettore la possibilità di instaurare un rapporto fiduciario, ma anche di controllo, nei confronti del “suo” parlamentare di riferimento. Non è quello dei piccoli collegi, ovviamente, un sistema perfetto. Ma chi rifiuta la bontà di questo sistema, ponendo all’attenzione del legislatore e degli studiosi di sistemi elettorali il rischio del clientelismo, ignora, o finge di ignorare, che tale patologia non è di certo esente negli altri sistemi, anzi ne risulta aggravata.

In un periodo come questo di forte crisi della democrazia rappresentativa le forze politiche sono di fronte alla complessa sfida di una legittimazione e di un consenso elettorale che va sempre più assottigliandosi. La ricetta perfetta, evidentemente, non esiste: mutuando Ainis potremmo dire che ogni testo va calato in un dato contesto.
Va detto che la proposta dalla sinistra-dem imbocca una strada sostanzialmente condivisibile e di buon senso, tanto rivedibile quanto migliorabile, ma che immagina un sistema senz’altro più omogeneo e armonico proprio grazie alla previsione di un piccolo collegio, sgombro da liste chilometriche.

Nel 1946 Luigi Einaudi spiegava come tra i detrattori del piccolo collegio vi era chi sosteneva che “troppa piccola gente sarebbe stata eletta solo perché conosciuta nella cerchia del suo collegio”. Invece, a suo avviso, era proprio preferibile il collegio piccolo, “che manda un uomo invece di una macchina, un organizzatore operaio, un contadino, un sacerdote, un proprietario, un professionista scelto per la stima che si ha di lui”. Rileggendo questi passi è fin troppo implicita la constatazione di come, oggi, con i collegi vasti, veramente nessuno, neanche i più attenti, sappiano indicare chi siano i parlamentari eletti nei propri collegi. Inutile dire come lo stesso risultato si riproporrebbe con quelli previsti dall’Italicum. Di fronte, poi, alla netta bocciatura da parte della Corte Costituzionale del defunto “Porcellum” gli elettori, con il vigente sistema elettorale, sarebbero chiamati a ratificare in gran parte dei nomi decisi, ancora una volta, nelle segreterie di partito. Un rischio che, di certo, bisogna evitare.

Con la recente proposta della sinistra-dem gli italiani potrebbero riscoprire la possibilità di eleggere la gran parte dei propri parlamentari senza ricorrere alla preferenza (unica) e togliendo finalmente un pretesto a quell’antipolitica militante che conquista sempre più consensi sfruttando abilmente proprio quei meccanismi elettorali che pubblicamente critica ma che, nelle urne, gli consegna un potere mai visto. Non è certo un mistero, ormai, di come sistemi elettorali come il “Porcellum”, nati per dare più potere alla politica, abbiano invece sortito l’effetto di esaltare il più improvvido populismo.

È per questo che salutiamo con soddisfazione questa improvvisa, quanto inaspettata, riscoperta dei principi einaudiani ed è per questo che la Fondazione Einaudi, come accaduto in questi mesi, alimenterà e stimolerà la politica ad autoriformarsi proprio seguendo i principi liberali, mai come stavolta utili per non lasciarsi travolgere dai populismi prorompenti.

Pubblicato da Il Foglio del 21 luglio 2016

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