Che fai, mi cacci? Il rito è lo stesso

E dunque anche nel Pd, o meglio in quella tumultuosa succursale del Pd super-renziano che è la Leopolda fiorentina, è andata in scena l’ennesima replica di quella recita politico-teatrale che continua a contraddistinguere la vita dei partiti nati dopo la fine della Prima Repubblica: «Che fai, mi cacci?». Stavolta non è il reprobo Gianfranco Fini a prefigurare quello che poi regolarmente accadrà, e cioè la cacciata dal partito di Silvio Berlusconi decretata nelle segrete stanze, in tarda sera, in un summit con gli ex colonnelli di An. Stavolta è il furor di popolo che chiede a gran voce ritmata la cacciata («Fuori! Fuori!») mentre dal palco il leader assesta colpi micidiali ai riottosi, alla minoranza che dice No quando il grido di guerra impone il Sì.

Dal Pci al Movimento 5 Stelle

Un tempo, e cioè al tempo della radiazione del Manifesto, il Pci procedeva con la fredda e crudele determinazione delle procedure di messa alla porta dell’eretico. Oggi è tutto un altro clima. Ci vuole la folla che applaude la cacciata. L’insofferenza. Il fastidio per quelli che «oggettivamente» indeboliscono il Partito: «Fuori! Fuori!» e nessun dirigente della maggioranza pd che abbia preso le distanze. Del resto è come se un demone capriccioso si fosse imposto nelle leadership forti per rimettere in riga chi non partecipa al coro. La cacciata di Fini dall’allora Pdl è stata preceduta dalla liturgia dei finiani che hanno manifestato tutta la loro indignazione nei confronti del Capo di un tempo per omaggiare con il più assoluto allineamento quello nuovo. Non c’erano i cori, ma tanti atti di sottomissione per manifestare la solitudine del reprobo.

Nel Movimento 5 Stelle, poi, l’espulsione reiterata di chi per ragioni misteriose viene messo ai margini prevede la folla che parla attraverso il blog. Possibilità di difesa? Nessuna. Procedure di garanzia? Nessuna. E davvero è difficile decifrare quali siano i motivi per cui da un certo punto in poi il sindaco di Parma Pizzarotti sia diventato il dissidente da isolare. Perché, esattamente perché, Pizzarotti è stato messo fuori, o comunque messo nelle condizioni di andarsene per l’impossibilità di una civile convivenza nello stesso Movimento? E come dimenticare il rito di umiliazione che dovette subire Roberto Maroni quando all’inizio dell’avventura della Lega osò manifestare il suo dissenso dalla linea stabilita d’autorità da Umberto Bossi?

I partiti «personali»

Nei partiti personali, o a forte conduzione personale con una scarsa intelaiatura che garantisca spazi di movimento al partito fuori dal cono d’ombra del leaderismo, le cose sono più chiare: uno decide, tutti gli altri devono adeguarsi. C’è poi molta confusione se si pensa che il liberalismo di Silvio Berlusconi è così originale da suggerire la chiamata di Putin (sì, di Putin) in una lectio magistralis nella (peraltro mai aperta) Università Liberale.

La storia del Pd è un po’ diversa. Un partito peraltro figlio della fusione di due eredità, quella di un partito plasmato dalla regola ferrea del centralismo democratico e quella di un partito multiforme e ricco di correnti e sottocorrenti. E infatti finora la defenestrazione è solo invocata dalla folla e non formalizzata in una scelta di estromissione della minoranza riottosa. Un tifo da curva alla Leopolda che ha avuto il suo antefatto quando sui social e sulla stampa del partito sono riaffiorate accuse contro Bersani e «traditori» (addirittura bollato come «squallido»: c’è sempre una parodia di Stalin che sonnecchia negli ex) gridate magari da chi militava nelle schiere bersaniane per poi adeguarsi nella renzizzazione del partito.

Oggi il «che fai mi cacci» di conio finiano sembra essere solo una minaccia, il prologo di quello che potrebbe accadere dopo il 4 dicembre se il leader dovesse trionfare al referendum. Ma una minaccia sostenuta dal tifo fragoroso dei seguaci del segretario. Un’abitudine molto frequentata nella Seconda Repubblica, e forse, sembra, anche nella Terza che si affaccia.

Pierluigi Battista, 7 novembre 2016

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