Angelo Maria Petroni

La riforma del Welfare State come condizione di libertà. Il punto di vista della prevalenza dell’interesse individuale

Che il Welfare State sia in crisi non è una tesi ideologica, ma una evidenza empirica accettata oramai da molti. La differenza fra i liberali ed i socialisti di ogni partito è che mentre questi ultimi sostengono che il Welfare State è ancora valido nei suoi principi, che vanno semplicemente adeguati alle nuove circostanze, i liberali sostengono che esso era sbagliato sin dalle origini; che si è potuto mantenere soltanto grazie alla enorme ricchezza prodotta dal capitalismo ed al fatto contingente di una forte crescita della popolazione; e che esso ha rappresentato una enorme distruzione di ricchezza, riducendo drasticamente le prospettive per la grandissima maggioranza della popolazione; che esso è la principale ragione per cui le nostre democrazie sono diventate dei regimi, basati sul corporativismo.

Il post-Welfare State dei liberali non può consistere nella idea di una revisione del sistema attuale. Bisogna realizzare un sistema completamente nuovo, che si basi sui seguenti principi: 1) La autonomia degli individui nel provvedere al proprio bisogno di sicurezza; 2) La chiara individuazione dei criteri e dei livelli dell’assistenza che lo stato deve fornire soltanto a coloro che effettivamente non sono in grado di provvedere a se stessi ed ai propri familiari; 3) La separazione tra le funzioni di assistenza ed ogni ideologia e politica di redistribuzione del reddito. I liberali dimenticano troppo sovente che la redistribuzione non faceva parte degli scopi del piano di Beveridge. Oggi è diventato chiaro che essa di fatto non va affatto a vantaggio dei più deboli bensì del ceto medio e dei gruppi di interesse organizzati.

Nonostante i decennali tentativi da parte dei socialisti di dimostrare il contrario, è oggi evidente, sul piano teorico come sul piano empirico, che la sicurezza in caso di malattia od altri eventi calamitosi della vita, ed un reddito sufficienti per la vecchiaia, possono venire prodotti attraverso lo scambio ed il contratto, esattamente come tutti gli altri beni. Nessuna delle tesi dei socialisti si è dimostrata vera: non che lo Stato sarebbe più efficiente dei privati nel produrre previdenza; non che lo Stato solo avrebbe avuto l’orizzonte temporale sufficientemente lungo per i problemi della previdenza; non che lo Stato solo avrebbe potuto creare un “giustizia integenerazionale” in grado di favorire la pace sociale.

Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante per la realtà odierna. Il sistema previdenziale basato sul pay-as-you-go ha determinato squilibri spaventosi tra le generazioni. Come era prevedibile, e come era stato predetto all’epoca dai liberali, le risorse accumulate con il sistema previdenziale statale obbligatorio non sono state distribuite dallo Stato in accordo con alcun criterio di equità e di efficienza, ma in base alla logica della cattura del consenso elettorale. Questo ha significato anche che si sono favorite le generazioni presenti (o, meglio, gli elettori di oggi a scapito delle generazioni future, con un inevitabile conflitto generazionale).


I processi formativi in una società liberale: iniziativa privata e diritto di scelta.
(Angelo Maria Petroni)
Le ragioni a favore del sistema della proprietà privata, del contratto e dello scambio, sono di libertà e di prosperità. La tesi di fondo del liberalismo è che non vi è mai contrasto, in nessuna situazione tra libertà di ogni individuo e prosperità per il più gran numero. Ogni qualvolta si verifica un contrasto tra libertà individuale ed interesse collettivo la ragione sta nel fatto che i diritti di proprietà non sono stati definiti correttamente, ovvero che le istituzioni giuridiche, politiche ed economiche non sono efficienti.

Tra le ragioni delle crisi del liberalismo della seconda metà del ventesimo secolo vi è senz’altro il fatto che esso ha perduto gran parte della propria identità nel momento in cui ha accettato la tesi di fondo del socialismo: che ogni progresso consistesse nella socializzazione della vita dei singoli, ed ogni conservazione nel mantenimento della sfera di decisione privata. Il liberalismo ha così finito per assumere un ruolo residuale, come mero richiamo moralistico alla necessità di lasciare una qualche sfera di libertà individuale. Ma vi è di più: perché il liberalismo ha accettato l’idea che la stessa attuazione di una sfera di libertà individuale richiedesse una vasta socializzazione della vita economica e civile. In questo modo la perdita di identità è diventata quasi totale.

Non vi è ragione per cui l’istruzione debba fare eccezione alla regola per la quale il più ampio esercizio della libertà individuale è sempre e comunque la migliore delle soluzioni per il progresso morale e materiale. E’ del tutto paradossale che, nel momento in cui anche i socialisti riconoscono che la mano pubblica non è in grado di gestire la produzione dell’acciaio, si possa ritenere che nel campo della scienza e dell’istruzione, dove innovazione e creatività individuale sono ben più fondamentali di quanto siano nella produzione dei beni materiali, vi debba essere ancora il predominio dello Stato, sia come gestore monopolistico sia come regolatore in posizione dominante.

Il compito oggi essenziale per i liberali è quello di liberalizzare i sistemi educativi, aumentando il pluralismo e la creazione di nuove idee, nuovi valori, trai quali i cittadini possano scegliere i propri modelli di vita. Bisogna combattere il modello statalistico dell’istruzione, di stampo tanto napoleonico quanto hegeliano, che conduce ad una visione organicistica della società. In una società dove il weberiano “politeismo dei valori” è un fatto prima che essere esso stesso un valore, mantenere il modello statalistico di istruzione ha il solo risultato di abbassare drasticamente gli standard di istruzione. Questo è esattamente ciò che sta avvenendo.

Uno dei modi di liberalizzazione realisticamente attuabili è quello di un sistema di vouchers generalizzato. Esso riuscirebbe a conciliare la duplica esigenza del pluralismo educativo con l’esigenza, anch’essa fortemente sentita dai liberali, di garantire a tutti i cittadini un’istruzione che permetta loro di inserirsi nella società senza che le origini sociali diventino il fattore fondamentale di successo o di fallimento.

Per i liberali, il ruolo dello Stato nell’istruzione è un campo fondamentale di applicazione dei propri principi.

Al contrario dei socialisti e dei conservatori, il liberale non ha timore dell’espandersi della libertà in ogni aspetto della vita degli individui. E’ anticorporativistico perché pone la libertà individuale come valore ed insieme come mezzo per conseguire la prosperità economica. Crede che sia un dovere provvedere ai più deboli, ma non ritiene che questo dovere equivalga al diritto da parte del potere politico di limitare le opportunità di coloro che con i propri sforzi, in libero scambio con gli altri, sono riusciti ad ottenere una posizione migliore. Crede soprattutto che lo Stato sia uno strumento che serva a risolvere i problemi collettivi là dove questi esistano, non uno strumento di tutela posto sulla sanior et maior pars degli individui.

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