Aggressioni, i pericoli e il balbettio della politica

Aggressioni, i pericoli e il balbettio della politica

Quando, mesi addietro, fu approvata la nuova legge elettorale, molti pensarono che la classe politica avesse raggiunto il livello più basso di credibilità. I partiti – si disse – hanno preferito accettare una inevitabile ingovernabilità piuttosto di consentire ad uno di loro di vincere le elezioni.

Una sorta di suicido istituzionale ispirato dal timore nelle capacità altrui e dalla sfiducia nelle proprie. Quando poi questi stessi partiti hanno presentato i programmi, si è visto che al peggio non c’è mai limite, avendo gli stessi fatto a gara per coniugare una scriteriata varietà di promesse con l’oggettiva impossibilità di mantenerle.

L’istituzione del reddito di cittadinanza, l’abolizione delle tasse universitarie, l’abbattimento delle aliquote fiscali, l’aumento di opinabili indennità ed altre generose elargizioni senza la minima indicazione di coperture finanziarie, hanno smascherato – si disse ancora – il dilettantismo improvvisato e irresponsabile dei nuovi candidati.

A queste disgrazie se n’è ora aggiunta un’altra.

Una violenza fisica che, pur limitata a episodi occasionali, costituisce una triste novità, o meglio un ritorno a un passato che ritenevamo sepolto e dimenticato.

Le simmetriche aggressioni di Palermo e di Perugia si saldano con l’invasione di una sede televisiva, l’imbrattamento della lapide di Moro, e altre simili nefandezze disgustose. E il cittadino sgomento si domanda se questa sia la fine dell’inizio, o l’inizio della fine. In realtà, quanto alla violenza, il nostro Paese ha conosciuto ben di peggio.

Alla fine degli anni sessanta si scatenarono i conflitti tra gli opposti estremismi che condussero, poco dopo, allo stragismo brigatista rosso e al terrorismo bom barolo nero. Oggi per fortuna la situazione è assai diversa, e credo che non si corra il pericolo di ripetere quel funesto periodo di lacrime e sangue.

Tuttavia per certi aspetti è una situazione anche più difficile, e cerco di spiegarne il perché.

Gli estremisti di cinquant’anni fa avevano una loro strategia, che a sua volta poggiava su convinzioni politiche aberranti, ma solide e radicate. I rossi, ipnotizzati dalle teorie di Marx e di Lenin, miravano ad aggregare la classe operaia in una lotta contro i partiti costituzionali, in nome della “Resistenza tradita”.

Ad una ideologia rivoluzionaria, avallata da alcuni intellettuali dissennati, faceva riscontro un progetto eversivo lucido e coerente. Esso fallì perché la politica di allora – essenzialmente la Dc e il PCI – si trovarono d’accordo per fronteggiarlo con vigore.

Le Brigate Rosse, prima ancora degli arresti della magistratura e del generale Dalla Chiesa, furono sconfitte dalla risolutezza e dal coraggio dimostrata dalle istituzioni durante il sequestro dell’on Moro. I neri, dal canto loro, avevano una strategia uguale e contraria.

Miravano a far leva sui sentimenti di una “maggioranza silenziosa” , terrorizzata dai disordini e dalle stragi, per instaurare, sull’esempio della Grecia dei colonnelli e del Cile di Pinochet, un regime autoritario.

Superfluo dire che questo programma era ancor più irrealizzabile del primo. Ma questo non significa che non fosse altrettanto lucido e determinato. Anch ‘esso fu sconfitto dal la fermezza di una politica saldamente fiduciosa della sua legittimazione elettorale.

E oggi? Oggi invece pare di assistere a una situazione paradossalmente opposta.

Questi gruppuscoli non hanno né consistenza culturale né convinzioni politiche, né programmi definiti né tanto meno forza militare.

Eppure la politica, davanti a loro, arranca e balbetta, e non trova di meglio che trarne spunto per polemizzare con gli avversari nella petulante litania di una irreale lotta antifascista. Un dibattito sterile, che rievoca un passato fortunatamente remoto, affievolisce le energie del presente e compromette le riforme future.

E che si inserisce in quella limacciosa transizione iniziata con la fine della Prima Repubblica, dalla quale sembra non siamo capaci di uscire.

Carlo Nordio, Il Messaggero 22 febbraio 2018

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